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	<title>Vincenzo Gallucci &#187; gest_gall</title>
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	<description>Non ho dubbi.</description>
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		<title>Presentato a Roma il volume Non ho dubbi.</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jul 2015 08:24:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il volume Non ho dubbi, edito in occasione del trentesimo anniversario del primo trapianto, è stato presentato ufficialmente giovedì 25 giugno a Roma, nella prestigiosa sede del Senato della Repubblica Italiana (Palazzo Giustiniani, Sala Zuccari). Sono intervenuti il Senatore Questore Antonio De Poli; Ilaria Capua, virologa e ricercatrice, Vice Presidente Commissione Cultura Camera dei Deputati; il Professor Gino [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il volume <i>Non ho dubbi</i>, edito in occasione del trentesimo anniversario del primo trapianto, è stato presentato ufficialmente <a href="http://airmail.calendar/2015-06-25%2012:00:00%20CEST">giovedì 25</a> giugno a Roma, nella prestigiosa sede del Senato della Repubblica Italiana (Palazzo Giustiniani, Sala Zuccari). Sono intervenuti il Senatore Questore Antonio De Poli; Ilaria Capua, virologa e ricercatrice, Vice Presidente Commissione Cultura Camera dei Deputati; il Professor Gino Gerosa, direttore del Centro Gallucci; l’editore Francesco Businaro, l’autore Gianfranco Natoli e il figlio del Professor Gallucci, Stefano Gallucci.</p>
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		<title>Come medico e come uomo non ho dubbi.</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 15:10:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ci devono certamente essere specialità mediche che coinvolgono meno dal punto di vista emotivo! Anche chi ha dietro di sé molti anni di attività cardiochirurgica, spesso assai impegnativa, ed ha conosciuto successi e talora, purtroppo insuccessi; ed ha visto da vicino la morte impadronirsi di un suo malato, non può non essere partecipe dell’attesa angosciosa [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>C</em><em>i devono certamente essere specialità mediche che coinvolgono meno dal punto di vista emotivo! Anche chi ha dietro di sé molti anni di attività cardiochirurgica, spesso assai impegnativa, ed ha conosciuto successi e talora, purtroppo insuc</em><em>cessi; ed ha visto da vicino la morte impadronirsi di un suo malato, non può non essere partecipe dell’attesa angosciosa di chi sente la vita spegnersi dentro di sé, in attesa di un trapianto di cuore. Di chi, incredibile ma umano, attende che un’altra persona, certamente cara a molti, muoia perché il suo cuore possa essergli donato, da parenti che capiscano l’ importanza di un tale dono. Importante, oltre, che agli effetti di salvare un’altra vita, anche e soprattutto perché è espressione di grande carità e solidarietà umana. È segno di coscienza civile, di chi si rende conto che pur nella sciagura e nel dolore per la morte di un giovane familiare, un’altra vita, al termine per malattia, non altrimenti curabile, può essere prolungata e restituita ad un futuro. E ciò consentendo che i suoi organi, altrimenti destinati alla dissoluzione, vivano ancora, donati e trapiantati in altre persone. Non credo vi sia migliore espressione per questo atto che è un dono di vita. </em><em>N</em><em>o</em><em>n tutti </em><em>v</em><em>i acconsentono, e questo è certamente capibile, anche se non sempre comprensibile. La richiesta che il rianimatore, che fino ad allora ha tutto tentato, fa ai parenti con non poca emozione, è drammatica: mentre li rende partecipi della morte del figlio, o padre, o moglie, o marito, per l’ irreversibilità del danno al cervello, chiede anche a loro di superare questo immane dolore e di pensare per un momento agli altri, alle migliaia di altri ammalati che hanno disperato bisogno di un trapianto, del dono di un organo. </em><em><em>Questo atto di carità, che molti in tutto il mondo hanno fatto e altri ogni giorno fanno, non è sempre compreso. C’ è chi mi ha detto di essere stato criticato per la sua donazione, di aver a volte pensato che forse si sarebbe potuto fare ancora qualcosa per il proprio caro, di aver dubitato della reale </em></em><em>e</em><em>fficacia dei trapianti, ecc. </em><em>L</em><em>a richiesta di donazione, ed il prelievo, avvengono solo quando sia stato dimostrato in modo inequivocabile l’ irreversibilità della morte cerebrale, ed in ciò la legge italiana è rigorosa. Questo dovrebbe rassicurare i parenti, ma ancor più essi dovrebbero rendersi conto che oggi i trapianti in genere, e quello di cuore in particolare, rappresentano una forma di terapia efficace e duratura, radicale e quindi proponibile solo a malati non altrimenti curabili, ma con risultati oggi certamente buoni. Dopo cinque anni dal trapianto di cuore, oltre il 72% dei pazienti è vivo e questo è indubbiamente un risultato soddisfacente se si considera che il </em><em>1</em><em>0</em><em>0% dei candidati a tale intervento muore entro nove mesi, in media, se non operato. La vita del trapiantato è, sotto ogni aspetto, normale, se si escludono controlli medici sempre meno ravvicinati, ed una certa cautela verso le malattie infettive: essi possono avere una vita familiare e di relazione come gli altri e possono tornare al lavoro. <strong>Valeva la pena di iniziare questa attività? Di caricare se stessi e tutti i collaboratori di tanto lavoro in più? Di chiedere, protestare, imprecare per ottenere permessi ed aiuti? Di soffrire con chi muore in attesa di trapianto, di gioire con chi si sveglia dall’anestesia, rinato e fortunato di essere fra i pochi che hanno ottenuto tale dono? Come medico e come uomo non ho dubbi.</strong></em></p>
<p><em><em><br />
</em></em></p>
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		<title>La formula vincente.</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 15:05:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[gest_gall]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[aviaria]]></category>
		<category><![CDATA[capua]]></category>
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		<description><![CDATA[La vita in accelerazione di Vincenzo Gallucci, con i sogni sempre proiettati un po’ più in là, può solo essere un esempio di come può essere affascinante la vita di un pioniere, in questo caso in medicina. La passione prepotente, di cui lui stesso era imbarazzato perché impaurito che il suo talento non fosse sufficiente per [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La vita in accelerazione di Vincenzo Gallucci, con i sogni sempre proiettati un po’ più in là, può solo essere un esempio di come può essere affascinante la vita di un pioniere, in questo caso in medicina. La passione prepotente, di cui lui stesso era imbarazzato perché impaurito che il suo talento non fosse sufficiente per nutrirla e assecondarla, diviene ingestibile e lo spinge a fare delle scelte difficili e in controtendenza con le scelte di convenienza e di comodo. Non ho conosciuto personalmente Vincenzo Gallucci, ma se dovessi riassumere la sua avventura in tre parole, non avrei dubbi. Coraggio. Un uomo coraggioso al punto di prendere la propria vita in mano e trasformarla in un percorso di eccellenza, andando contro le consuetudini più volte: prima trasferendosi a Charlotte in Nord Carolina per imparare le basi del mestiere, spostarsi poi a Houston, Texas, nel più avanzato centro di cardiochirurgia del mondo, ripartendo da capo. Raggiunti i livelli di eccellenza che gli avrebbero permesso una carriera gloriosa e remunerativa negli Stati Uniti, decise poi di tornare in Italia, sapendo di dover ricominciare una terza volta, con la sua nuova professionalità come unica arma contro un sistema burocratizzato, immobile e poco incline al cambiamento, come quello italiano. Al coraggio si fonde la seconda parola: determinazione. Non solo è riuscito a portare a compimento il suo percorso formativo e di alta specializzazione, ma è riuscito anche a vincere le resistenze, le paure e le difficoltà oggettive dell’amministrazione pubblica nell’intraprendere un percorso complicato, innovativo e che per la sua stessa natura poteva fallire. Con la sua lucida determinazione è riuscito a portare un’innovazione totalmente rivoluzionaria in Italia, sia dal punto di vista delle prospettive per la sanità pubblica, sia dal punto di vista etico. Il trapianto di cuore. Tutto questo avrebbe potuto farlo altrove, e qui arrivo alla terza parola l’orgoglio, in questo caso un orgoglio incandescente, nascosto sotto una coltre di riservatezza e di modestia che lo hanno spinto a voler raggiungere quei risultati nel suo Paese, in Italia. La passione è una forza travolgente, che di fatto si manifesta come una riserva energetica infinita e a volte debordante. Se, sulla passione che alimenta l’innamoramento per la propria professione si innestano il coraggio, la determinazione e l’orgoglio, la pianta che nascerà, svilupperà radici forti e profonde, un tronco solido, rami grossi e ben orientati, foglie rigogliose. L’albero però, dovrà resistere al vento, al gelo e alle piogge torrenziali. Tutto questo per produrre frutti che conterranno i semi, i quali altro non sono che le speranze e la guarigione dei pazienti, ma anche i sogni delle nuove generazioni di medici che vedono in lui un’eccellenza possibile nella sanità pubblica. Al coraggio si fonde la seconda parola: determinazione. Non solo è riuscito a portare a compimento il suo percorso formativo e di alta specializzazione, ma è riuscito anche a vincere le resistenze, le paure e le difficoltà oggettive dell’amministrazione pubblica nell’intraprendere un percorso complicato, innovativo e che per la sua stessa natura poteva fallire. Con la sua lucida determinazione è riuscito a portare un’innovazione totalmente rivoluzionaria in Italia, sia dal punto di vista delle prospettive per la sanità pubblica, sia dal punto di vista etico. Il trapianto di cuore. Tutto questo avrebbe potuto farlo altrove, e qui arrivo alla terza parola l’orgoglio, in questo caso un orgoglio incandescente, nascosto sotto una coltre di riservatezza e di modestia che lo hanno spinto a voler raggiungere quei risultati nel suo Paese, in Italia. La passione è una forza travolgente, che di fatto si manifesta come una riserva energetica infinita e a volte debordante. Se, sulla passione che alimenta l’innamoramento per la propria professione si innestano il coraggio, la determinazione e l’orgoglio, la pianta che nascerà, svilupperà radici forti e profonde, un tronco solido, rami grossi e ben orientati, foglie rigogliose. L’albero però, dovrà resistere al vento, al gelo e alle piogge torrenziali. Tutto questo per produrre frutti che conterranno i semi, i quali altro non sono che le speranze e la guarigione dei pazienti, ma anche i sogni delle nuove generazioni di medici che vedono in lui un’eccellenza possibile nella sanità pubblica. La passione ce l’hai dentro, ci nasci, ma non basta. Sono altre le qualità che devi coltivare per concretizzare il tuo sogno, che si trova sempre un po’ più in là. Pionieri in sanità pubblica non si nasce, ma si diventa. Vincenzo Gallucci è stato uno di loro. Dal racconto della vita di Vincenzo Gallucci, traspare come lui fosse un uomo normale, con i dubbi e le perplessità di una persona che vuole sfidare il sistema, e che vuole farlo nel suo Paese, nonostante sia consapevole che sarà un percorso tutto in salita. <em>Oggi assistiamo ad un affaticamento delle nuove generazioni di ricercatori in campo biomedico, non solo, essi sono spesso schiacciati in un ambiente ingessato ed antimeritocratico che non gli permette di spiccare il volo. I migliori cercano opportunità all’estero, e spesso ci rimangono – depauperando il Paese dell’oro grigio – che non è certo una risorsa rinnovabile perché ogni cervello è unico, e in questo campo non si può applicare di certo “l’uno vale l’altro”.</em></p>
<p><strong>La ricetta di Vincenzo Gallucci, coraggio, determinazione e orgoglio, oltre ad essere la formula che gli ha permesso di raggiungere traguardi di assoluta eccellenza, dovrebbe essere uno spunto di riflessione per le giovani generazioni che l’Italia ha cresciuto e istruito. Così come è vero che il cambiamento di un sistema ancorato al passato è lento e difficile, è altrettanto vero che il cambiamento non avviene spontaneamente, ma grazie a forze che spingono da più direzioni e che portano con se il vento del coraggio, della determinazione e dell’orgoglio. Ed è proprio questo vento che può spazzare via le consuetudini obsolete per lasciar spazio ad una trasformazione di cui l’Italia sarebbe capace, se solo lo desiderasse veramente. Come fece Vincenzo Gallucci.</strong></p>
<p><em>di Ilaria Capua</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Ilaria Capua, </em><em>medico veterinario, virologa, è nota soprattutto per i suoi studi sui virus influenzali </em><em>e in particolare sull’ influenza aviaria. La sua decisione di rendere pubblica </em><em>la sequenza genetica del virus dell’aviaria, ha permesso lo sviluppo della cosiddetta scienza </em>open source<em>. </em><em>Eletta mente rivoluzionaria, è stata inserita nell’elenco dei scienziati top </em><em>di «</em>Scientific American<em>».</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Che notte quella notte!</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 15:00:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La notte è ricca di magìe. Allunga le ombre e con esse an-che la realtà assume un’altra dimensione. Così come i ricordi. Gli eventi più straordinari forse diventano tali nell’immaginario collettivo proprio perché sono vissuti di notte. Lo sbarco sulla Luna, per noi italiani, sarebbe stato lo stesso se fosse accaduto con il pieno abbagliante sole? La [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La notte è ricca di magìe. Allunga le ombre e con esse an-che la realtà assume un’altra dimensione. Così come i ricordi. Gli eventi più straordinari forse diventano tali nell’immaginario collettivo proprio perché sono vissuti di notte. Lo sbarco sulla Luna, per noi italiani, sarebbe stato lo stesso se fosse accaduto con il pieno abbagliante sole? La straordinarietà dell’evento, di quel 14 novembre 1985, è accresciuta da un senso di mistero, di profetico che si mischia allo sconosciuto che solo in pochi sono in grado di interpretare. Come quelle donne e quegli uomini in camice azzurro che si muovono a passi impercettibili, così come i loro gesti, che fluttuano nell’aria resa ancora più opprimente da un’umidità che tutto avvolge, rendendo l’ambiente circostante ancora più magico, ancora più etereo. Ci sono eventi che restano nell’immaginario collettivo, ma intimo di un popolo, di una nazione, di una città. Il tempo poi inevitabilmente ci priva dei protagonisti, anche dei testimoni. <em><strong>La notte tra il 13 e il 14 novembre 1985 è rimasta nell’anima dell’intera Padova. E non stupisca se poi, quindici anni dopo, in occasione di un referendum a ridosso del 2000, alla fine del Novecento, proprio il professor Vincenzo Gallucci è stato votato come il padovano del secolo, come colui che maggiormente ha inciso nella storia, nelle glorie del suo popolo.</strong></em></p>
<p>È stata una notte irreale quella del 14 novembre 1985, difficile da descrivere, perché consumata in un luogo che nulla ha di simile a tanti set cinematografici e televisivi che le fiction degli anni a venire ci hanno poi regalato in così larga serie. Nulla da medici in prima linea, niente a che vedere con la raffigurazione del dio medico capace di capire, interpretare, e pertanto sconfiggere, la morte. I corridoi, gli scantinati, che avvolgono le sale operatorie di Cardiochirurgia del Policlinico di Padova, assumono contorni irreali. Ogni ombra, ogni strumento, ogni apparecchiatura ab- bandonata assumono sembianze spettrali. Dentro ci sono quelli che stanno scrivendo la storia, gli altri tutti fuori a far da testimoni passivi, ma partecipi. Servono entrambi. Il protagonista e lo spettatore, per una volta sono uniti dallo stesso destino, vivendo di luce riflessa.</p>
<p>Nonostante l’apparente calma, l’intero ospedale sa. È a conoscenza che qualcosa di fantastico sta per avvenire. Del resto il lungo tira e molla che ha scandito le ore dei giorni precedenti è stato vissuto da tutti come un inevitabile, quanto estenuante, passaggio verso la storia. Dio lo vuole. Ha incastrato magistralmente i mattoncini della vita.</p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Francesco-Busnello.jpg"><img class=" size-medium wp-image-299 alignleft" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Francesco-Busnello-300x212.jpg" alt="Francesco Busnello" width="300" height="212" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Ha scelto il ragazzo più bello, più forte, più generoso e lo ha trasformato nel donatore ideale</em>.</strong> A Treviso, in sala operatoria, al fianco di Gallucci, c’è anche Carlo Valfrè, uno degli allievi prediletti, al quale è demandato il compito di aprire il torace di quel ragazzo così pieno di vita, di così tanta umanità e di voglia di aiutare gli altri. Sul cadavere di Francesco sono recise l’aorta, l’arteria polmonare, le quattro vene polmonari e le due vene cave. Tutta l’operazione dura appena sei minuti. Gallucci vuole al suo fianco Giuseppe Faggian, il quale scandisce i tempi dell’intervento come previsto dai quei protocolli così tanto studiati, così tanto curati nei minimi particolari. Nulla deve essere lasciato al caso e la tempistica è eccezionalmente rispettata. Il cuore di Francesco, così giovane, si contrae in maniera vigorosa, è imballato in un contenitore di plastica, immerso in un liquido congelato, acqua e ghiaccio. La soluzione cardioplegica e il trasferimento in sacchetti contenenti soluzione fisiologica a 4° centigradi permette all’organo di resistere in simili condizioni per circa quattro ore, un margine sufficiente per completare il trasferimento fino a Padova. Il cuore dentro il piccolo frigorifero è ora nelle mani di Gallucci che lo appoggia sulle sue ginocchia. Alle 3.10 un’anonima Mercedes grigia si muove dal “Ca’ Foncello”: alla guida Giovanni Stellin, al suo fianco Gallucci, dietro Giuseppe Faggian. Il corteo è aperto e chiuso da due pattuglie della Polizia Stradale a far da scorta, ad accompagnare quel procedere deciso verso un altro ospedale, il Policlinico di Padova dove c’è già un uomo con il petto aperto: è Lazzari. È una serata nebbiosa con il manto stradale viscido, reso scivoloso da una nebbia ghiacciata che si deposita sull’asfalto. Il destino si sta compiendo anche se un altro piccolo brivido è concesso a una scenografia che ha ritmi cadenzati. La Mercedes prima di imboccare l’autostrada che porta poi alla fettuccia di Mestre, e da lì sulla Serenissima, ha una leggera sbandata. È solo un attimo, superato da sorrisi che però tradiscono la tensione, la consapevolezza dell’essere a un passo dal cambiare i destini di migliaia di italiani. Intanto Ilario a Padova è messo in circolazione extracorporea, gli tolgono il muscolo cardiaco. Non si tratta di rimuoverlo completamente, bensì si asporta a livello di atri, lasciando in sede sia la parte posteriore che quella delle pareti. Detto volgarmente non si tratta dunque di una sostituzione completa, ma di innestare il cuore nuovo su quella che è chiamata placca atriale.</p>
<p>Il reparto di Cardiochirurgia è già sprangato dalla mezzanotte. Agenti di Polizia e Carabinieri diretti dall’ispettore Quaresima, bloccano chiunque voglia entrare. L’arrivo di giornalisti da tutta Italia colora il clima delle sensazioni da grande evento. L’emozione prende anche chi non è coinvolto in prima persona. Infermieri e barellieri confermano in presa diretta. Avvicinarsi al reparto è impossibile, figurarsi alla sala operatoria. Le voci rimbalzano incontrollate. È mezzanotte, arriva anche l’avvocato Giorgio Fornasiero, presidente dell’Usl 21 di Padova. Con lui c’è il professor Luigi Diana, direttore sanitario. Tocca a loro il compito di informare, di tenere a bada la stampa. Il filo diretto Treviso-Padova è continuo e necessario. La tempestività è fondamentale. Scorrono i minuti, le ore, in un coordinamento perfetto. <em>Alle 2 di giovedì 14 novembre 1985 il segnale tanto atteso: Ilario è trasferito in rianimazione, accanto c’è la sala operatoria. Il petto è aperto da Alessandro Mazzucco e Uberto Bortolotti appena il cuore parte da Treviso, circa mezz’ora prima. L’androne del Policlinico si riempie di giornalisti, telecamere, fotoreporter. Decine di inviati, sembra di essere tornati ai tempi di Enrico Berlinguer e ancora una volta Padova è al centro del mondo. Alle 3.10 Francesco, il cuore di Francesco, come abbiamo detto lascia per l’ultima volta Treviso. All’arrivo al Policlinico di Padova il frigo portatile passa dalle mani di Faggian e Stellin al tavolo operatorio. Il rito del lavaggio precede l’inizio dell’intervento.</em></p>
<p><strong>Sono le 4, si comincia</strong>. Fuori un velo di foschia regala umidità e una leggera pioggerellina. L’ospedale dorme, in una sala operatoria medici e infermieri in verde stanno compiendo un miracolo. Ad accompagnarli c’è la musica, le note di Beethoven, quelle preferite da Gallucci, che avvolgono uomini, donne e oggetti, speranze e sogni, dolore e scienza. Le mani di Gallucci si muovono come un maestro d’altri tempi, come un mago, un illusionista che riesce a incantare. Ma la sua è una magìa intrisa di scienza e sapienza. Accanto al maestro ci sono Mazzucco e Bortolotti. Alla testa del letto operatorio una lista con la sequenza dei passaggi che Carlo Sorbara e Giuseppe Faggian scandiscono con intenza attenzione. Attorno, fuori, c’è l’attesa, i giornalisti che vagano tra corridoi silenziosi e ambulatori sprangati, alla ricerca delle macchinette del caffè. Bisogna far passare la nottata.</p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Gallucci-Mazzucco.jpg"><img class=" size-medium wp-image-302 alignright" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Gallucci-Mazzucco-300x208.jpg" alt="Gallucci Mazzucco" width="300" height="208" /></a></p>
<p>Dentro, nella sala operatoria dove si sta compiendo il miracolo della vita che toglie alla morte per restituire alla vita, si procede con fasi chirurgiche composte, non concitate, condotte con geo- metrica precisione. Il cuore di Francesco è suturato con le pareti atriali e collegato con l’arteria polmonare e l’aorta, per ristabilire la circolazione coronarica. Poi è espulsa l’aria dalle cavità cardia- che. Il cuore di Francesco risulta più piccolo di un quarto rispetto a quello di Ilario, creando qualche problema. Del resto Busnello pesa 70 chili, Lazzari 85. <strong>Ma, miracolosamente, il cuore nuovo di Ilario riparte spontaneamente a ritmo sinusale, senza bisogno di stimolo elettrico al primo battito la perfusionista Luigina Stievano non sa trattenere un applauso. Gallucci, che ha usato la tecnica messa a punto dai colleghi cardiochirurghi di Pittsburg, finalmente ha vinto le sue tante battaglie.</strong> Il petto di Lazzari è chiuso da Mazzucco, Bortolotti e Faggian. Il vecchio cuore di Ilario, che ancora batte in maniera vermicolare, è appoggiato in una bacinella e consegnato a Gaetano Thiene e Mauro Paggetta che si spostano all’Istituto di Anatomia Patologica, piazzata oltre l’ospedale Giustinianeo. Per la prima volta un patologo italiano ha in mano il cuore di una persona viva e, per la prima volta nella storia, l’Istituto di Anatomia Patologica di Padova resta illuminato tutta la notte per un trapianto. La fissazione in formalina del cuore di Lazzari, con iniezione diretta nelle arterie coronariche, è effettuata da Paggetta.</p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Ilario-Lazzari-01.jpg"><img class=" size-medium wp-image-312 alignleft" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Ilario-Lazzari-01-203x300.jpg" alt="Ilario Lazzari 01" width="203" height="300" /></a></p>
<p><em>Il vecchio cuore di Ilario pesa ben 850 grammi, è sezionato in quattro camere, appare come una classica miocardiopatia dilatativa con estrema dilatazione biventricolare. Il patologo padovano preleva il fascio di His per l’indagine ultrastrutturale, oltre che istologica. Dal punto di vista medico è riscontrata una gravissima atrofia delle fibre del tessuto di conduzione alla biforcazione, come classicamente osservato nei blocchi atriovetricolari acquisiti. In quelle condizioni il cuore avrebbe potuto continuare a battere solo per poche settimane ancora.</em></p>
<p>Mentre Thiene e Paggetta compiono gli accertamenti, il gruppo di Gallucci lascia la sala operatoria. È concesso il piacere di un brindisi, prima di trovarsi di fronte alla decina di giornalisti che hanno bivaccato tutta la notte in attesa di notizie. La grandezza di Gallucci non si smentisce. <em><strong>Lui, l’uomo capace di grandi sogni, chirurgo immenso dal grande prestigio internazionale, è riuscito a creare degli allievi sui quali ha puntato per il suo grande progetto del visionario realista. In tutto quindici persone partecipano allo storico evento. Oltre al professor Vincenzo Gallucci, all’epoca 50 anni, anche l’Aiuto Alessandro Mazzucco (Venezia, 41 anni), gli assistenti Uberto Bortolotti (Udine, 37 anni), Giovanni Stellin (Treviso, 36 anni) e Giuseppe Faggian (Padova, 33 anni). Tre gli anestesisti: Gianpiero Giron (Padova, 51 anni), Carlo Sorbara di Treviso e Maurizio Dan (Mirano, 35 anni), Francesco Cirillo di Soverato. L’équipe è completata da due strumentisti: Elisabetta Cattelan (Vicenza) e Franco Bano (Padova). Anche due i perfusionisti. Amedeo Voltan e Luigina Stievano. Infine la caposala Nuccia Luisetto (Padova) e l’infermiere di sala Mario Borgato (Padova).</strong></em></p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Sala-operatoria-01.jpg"><img class=" size-medium wp-image-307 alignright" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Sala-operatoria-01-300x198.jpg" alt="Sala operatoria 01" width="300" height="198" /></a></p>
<p>Il primo trapianto di cuore in Italia dura in totale appena tre ore. Alle 7 mattino del 14 novembre 1985 il cuore nuovo infilato nel petto di Ilario funziona perfettamente, consentendo di tornare alla circolazione normale. Alle 11 Lazzari si sveglia, per lui inizia una vita nuova, esaltante, drammatica. A seguirlo fin dal primo momento c’è Faggian. Il loro rapporto è speciale. Se Ilario per Gallucci ha un’autentica venerazione, in Faggian ha stretta confidenza e appena apre gli occhi gli confida di sentirsi un leone e ha voglia di una pasta asciutta. Gli angeli custode di Lazzari tornano a casa dopo due giorni trascorsi ininterrottamente in Terapia Intensiva, al fianco del primo trapiantato di cuore italiano. C’è da impostare la terapia e seguire il paziente fino allo svezzamento dal respiratore. Il decorso post-operatorio del falegname di Vigonovo non si dimostra semplicissimo. Quattro fialette rosse, contenenti un siero antilifocitario prodotto iniettando linfociti umani nei cavalli e inviati da Charles Bibier da Stanford, producono a Ilario una reazione allergica. Lazzari è anche costretto a un successivo ricovero al Policlinico di Milano per una epatite. Probabilmente è qui, oppure successivamente quando torna per un ulteriore ricovero al Policlinico di Padova, che gli è praticata una trasfusione con sangue infetto. Insieme a lui a essere colpita dal virus dell’HIV, anche una ragazza. Le sacche hanno l’identica provenienza, il Centro Trasfusionale di Milano da dove all’epoca solitamente arrivavano, ma anche da Verona, gran parte delle donazioni per l’ospedale di Padova.</p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Gruppo-sala.jpg"><img class=" size-medium wp-image-309 alignleft" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Gruppo-sala-300x198.jpg" alt="Gruppo sala" width="300" height="198" /></a></p>
<p><em>Il destino non farà sconti a nessuno dei tre maggiori protagonisti del primo trapianto di cuore italiano. Non è stato certo benevolo con Vincenzo Gallucci, morto a 55 anni in un incidente stradale vicino Verona la sera del 10 gennaio 1991. Sofferenze non sono state risparmiate neppure al ministro Costante Degan, stroncato a Mestre a 58 anni da un tumore ai polmoni la mattina del 1 luglio 1988. Lui che si era battuto contro il fumo delle sigarette con caparbietà, ostinazione e convinzione profonda. Una battaglia portata avanti nell’interesse collettivo, a colpi di leggi ma anche con la forza, paziente e tenace, della persuasione, che era una delle sue caratteristiche. Infine il destino non è stato certo buono con Ilario Lazzari, morto a 46 anni a Padova, il 12 giugno 1992, per colpa di quella trasfusione di sangue infetto fatta nelle settimane subito successive al suo trapianto di cuore. A stroncarlo un’infezione polmonare, figlia della maledizione del secolo, l’Aids.</em></p>
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		<title>Il primo trapianto in Italia ha inizio.</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 14:58:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Padova. Si mobilitano un po’ tutti, ognuno per le rispettive competenze, dal Sovrintendente sanitario Luigi Diana al presidente dell’Usl 21 Giorgio Fornasiero, al Centro Trasfusionale diretto dal professor Giuseppe Ongaro e poi naturalmente il gruppo di Gallucci e tutti gli altri medici coinvolti, a cominciare dall’anestetista, il professor Gianpiero Giron. Parte una telefonata con relativa [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Padova</strong>. Si mobilitano un po’ tutti, ognuno per le rispettive competenze, dal Sovrintendente sanitario Luigi Diana al presidente dell’Usl 21 Giorgio Fornasiero, al Centro Trasfusionale diretto dal professor Giuseppe Ongaro e poi naturalmente il gruppo di Gallucci e tutti gli altri medici coinvolti, a cominciare dall’anestetista, il professor Gianpiero Giron. Parte una telefonata con relativa elencazione dei parametri antropometrici ed emodinamici di Francesco Busnello e di Ilario Lazzari, potenziale donatore e potenziale ricevente. La risposta è confortante: <em>«Go on the matching is good and the transplant will be succesful!» </em>Il commento di Phil Oyer è riferito a Gallucci. Ai chirurghi di Treviso, e in particolare al professor Ambrosi, è comunicato che il gruppo di Padova è disponibile al prelievo di cuore.</p>
<p><strong>Una cosa è ormai certa: Lazzari è il candidato numero uno a ricevere il cuore. A Ilario non dicono niente per non agitarlo, per non correre il rischio di fargli vivere la delusione patita quindici giorni prima.</strong></p>
<p>Milano. Dal Nitp la conferma. La dottoressa Claudia Pizzi esegue tutte le analisi di compatibilità e comunica che è tutto a posto, il trapianto è tecnicamente possibile.</p>
<p>Treviso. Ambrosi fa sapere a Gallucci che sul corpo di Francesco Busnello è previsto anche il prelievo dei reni e che prima del cuore bisogna eseguire la laparotomia e isolare i reni. La complicazione però potenzialmente può compromettere le condizioni emodinamiche del donatore e Gallucci chiede ad Ambrosi di soprassedere al prelievo dei reni. Si decide di procedere con il solo cuore. Oggi una situazione del genere non sarebbe accettabile, tanto più che in un donatore sono prelevati contemporaneamente più organi. Sembra però una maledizione, ma all’orizzonte appare l’ennesimo intoppo burocratico. L’ospedale “Ca’ Foncello” non è autorizzato dal Ministero della Sanità a compiere operazioni di prelievo. L’ostacolo può essere superato solo con un’autorizzazione firmata dalla Procura della Repubblica. Si intrecciano le telefonate, si cerca affannosamente il Procuratore. I medici continuano a tenere sotto controllo il movimento enzimatico di Francesco. È preparata la sala operatoria. In caso di autorizzazione del magistrato bisogna essere pronti ad operare. Il cuore deve essere trasportato a Padova in breve tempo, in meno di due ore. L’organo deve essere conservato in una sorta di cappelliera a tenuta stagna. Dentro un sacchetto di plastica è immesso liquido congelante, acqua e ghiaccio. La temperatura va mantenuta leggermente sopra lo zero. Il periodo di osservazione di dodici ore scade alle 23, solo allora si può riunire la commissione composta da un medico legale, da un anestetista rianimatore e da un neurologo esperto in elettroencefalogramma. I dottori Dagnotti, Pozzobon e Spino devono esprimere un giudizio unanime sull’avvenuta morte del candidato donatore.</p>
<p><em><strong>È l’ultimo atto di una lunga fase di preparazione. Quando è superato il termine legale si inizia con il prelievo del cuore dal corpo di Francesco. Sono le ore 23.15, l’avventura del primo cuore trapiantato in Italia ha inizio. Milano esce di scena, adesso l’asse è tutto tra Treviso e Padova. È qui, nella città del Santo, che si giocherà la partita più delicata. L’Italia intera, grazie ai media nazionali, va a dormire cosciente che si sta consumando un evento storico e straordinario per il nostro Paese.</strong></em></p>
<p>Per un pugno di uomini e donne sarà la notte della vita.</p>
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		<title>Giornate concitate.</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 14:41:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Venerdì 8 novembre. A Treviso, in via Bezzecca, a casa di Giovanni Busnello stanno aspettando il ritorno del loro Francesco, 18 anni, il primogenito dei loro tre figli. Ma Francesco non tornerà mai più a casa. A bordo del suo motorino Ciao non si ferma a un incrocio segnalato male ed è travolto da un’auto. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Venerdì 8 novembre. A Treviso, in via Bezzecca, a casa di Giovanni Busnello stanno aspettando il ritorno del loro Francesco, 18 anni, il primogenito dei loro tre figli. Ma Francesco non tornerà mai più a casa. A bordo del suo motorino Ciao non si ferma a un incrocio segnalato male ed è travolto da un’auto. Lo portano all’ospedale “Ca’ Foncello” di Treviso dove lo operano al cervello per rimuovere il grande ematoma che ha riportato nella caduta. La famiglia di Francesco Busnello ancora non lo sa, ma drammaticamente sta entrando anch’essa nella storia del primo trapianto di cuore.</p>
<p>Lunedì 4 novembre-sabato 9 novembre. Una settimana che diventa così un calvario mediatico. Da tutte le parti è un susseguirsi di accuse, contraccuse, distinguo, precisazioni, chiamate fuori. Ma nella bagarre resta sempre Degan. Non c’è telegiornale, servizio televisivo che non si occupa della questione. E il quadro che ne esce è sempre più desolante. Inefficienza, incompetenza, cialtronaggine sono i termini più usati.</p>
<p>Sabato 9 novembre, ore 20. A un tavolino un po’ in disparte del <em>Do forni</em>, ristorante tipico nel cuore di Venezia, siedono due cardiochirurghi e due politici. Da una parte Vincenzo Gallucci con Giuseppe Faggian, dall’altra Costante Degan e Antonio Bogoni, quest’ultimo assessore alla Sanità della Regione Veneto. Al centro della discussione, il tema trapianti di cuore. E relativa autorizza- zione a procedere. La chiacchierata è lunga, Gallucci spiega motivazioni scientifiche e morali. Alla fine una stretta di mano. Degan si congeda con un «professore, mi ha convinto». A Venezia, quando manca poco perché la sera del sabato si affacci alla domenica, arriva dunque la storica svolta. L’Italia della cardiochirurgia che vuole finalmente recuperare il tempo perduto, è pronta a mettersi al pari dei più importanti Paesi del mondo.</p>
<p>Lunedì 11 novembre. A dare il via al progetto ci deve pensare il Consiglio superiore di Sanità che, è previsto, si deve riunire martedì 12 novembre, ma Degan non ne può più di stare sulla graticola delle polemiche. Prende tutti in contropiede e firma il decreto il giorno prima, lunedì 11. Ma, colpo di scena, le autorizzazioni riguardano solo Veneto e Lombardia. Il Lazio, Roma nello specifico, resta fuori. L’opinione pubblica, attraverso la stampa, fa decine di domande. Perché Degan ha firmato i decreti, anticipando di un giorno la decisione del Consiglio superiore di Sanità? Vuole finalmente dimostrare che sa prendere decisioni politiche senza essere prigioniero dei tecnici? E se lo ha fatto è dunque vero che può agire autonomamente e di conseguenza è una meschina scusa quella che doveva aspettare l’ok dei tecnici? E ancora: mettendo insieme Lombardia e Veneto vuole cercare di evitare le accuse di parzialità, lui che è di Venezia? Forse Degan è stato avvisato dagli esperti che il problema del sì agli otto poli avrebbe potuto conoscere ulteriori ritardi perché gli accertamenti da svolgere erano finiti, ma le relazioni erano solo all’inizio? E poi c’è quell’intervista a Ilario Lazzari che da quando è stata pubblicata è stata ripresa da tutti i media nazionali, diventando così una sorta di cartello, di atto d’accusa all’inefficienza politica e ai ritardi della burocrazia. Come dire, da una parte c’è il Paese reale con i suoi bisogni, dall’altra voi che vivete lontani anni luce dalle necessità dei cittadini. Questo un politico, per principio, non può accettarlo. Costante Degan ormai è accerchiato. Anche dopo la tanto attesa firma i media non mollano la presa. Il ministro, al mattino di lunedì 11 novembre, è intercettato all’ateneo di Venezia, dove seduto in prima fila assiste insieme all’altro ministro Visentini e al patriarca Marco Cè, alla consegna del premio Torta, il riconoscimento italiano più importante per il restauro. Premiato di eccezione il chirurgo della finanza Carlo De Benedetti, all’epoca presidente della società Olivetti. Il tono del cronista è incalzante. «Signor ministro, come mai il trapianto in sole due regioni italiane, Veneto e Lombardia?» «Semplice perché hanno fatto per prime la richiesta alla commissione di sanità.» «Il Piemonte non può protestare…» «Può fare richiesta alla commissione.» «È un problema anche di strutture?» «Certo, se sono in grado di fare i trapianti significa che hanno le strutture.»</p>
<p>«Allora il trapianto al cuore si poteva fare anche senza autorizzazioni?» «Avete la mania di drammatizzare tutto, di farne un dramma ad ogni costo.» «Non era necessaria una legge?»</p>
<p><em>L’ultima domanda resta nel vuoto. Il ministro non sente, la cerimonia è finita, bacia l’anello del patriarca, saluta le autorità e riparte verso Roma. Non prima, però, di aver spedito una lettera al Mattino di Padova, stavolta ufficiale, dove di fatto risponde alle accuse neppure tanto velate lanciate da Ilario Lazzari. Riproponiamo una sintesi del documento perché testimonia perfettamente il clima che si respirava attorno al problema dei trapianti di cuore in quel novembre del 1985, giusto giusto trent’anni fa.</em></p>
<p><strong>Scrive Costante Degan, ministro alla Salute dal 4 agosto 1983 al 1 agosto 1986:</strong></p>
<p><em>L</em><em>a vicenda umana del signor Lazzari è al di sopra di ogni singola polemica e merita la massima comprensione e umana solidarietà. Non tutto purtroppo si era fatto quando si manifestò l’emergenza per il signor Lazzari. Quello che manca sarà fatto al più presto, sempre nello spirito di servizio che ha animato la mia azione sin qui. Il mio dovere di Ministro è di fare quanto la legge consente di fare nel più breve tempo possibile, perché l’urgenza di chi aspetta impone la massima urgenza. Purtroppo (ma ovviamente) non potrò risolvere tutti i problemi della salute dei cittadini (il che del resto non è più compito del Ministro ma degli operatori sanitari), e mi auguro che, non solo alla mia famiglia, ma a tutti gli italiani sia risparmiato il dramma che al signor Lazzari è stato imposto di vivere.</em></p>
<p><em>Costante Degan, Ministro della Sanità.</em></p>
<p>Quel lunedì 11 novembre 1985 è tappa storica per i trapianti di cuore in Italia. Un dispaccio Ansa arriva alle telescriventi dei media. Il giornalista del «Mattino di Padova» che ha seguito tutta la vicenda si precipita in ospedale, da Gallucci e gli dà la notizia. Lo stupore è evidente. <em>M</em><em>a è proprio sicuro? Qui non è arrivato nulla, a noi non è stato detto niente. È proprio una sorpresa. Non capisco il motivo dei due decreti di autorizzazione al prelievo e al trapianto di cuore, perché hanno voluto mandare avanti il Veneto e la Lombardia, lasciando indietro di ventiquattro ore gli ospedali romani. Forse dietro ci sono problemi burocratici. In ogni caso per noi cambia poco. Eravamo pronti già da anni. Ora non resta altro che fare le cose con calma, aspettando il momento giusto. </em>Le poche parole sono scambiate davanti alla sala operatoria, dove c’è fermento. La notizia si propaga in pochi minuti. Anche i collaboratori di Gallucci si avvicinano, danno un’occhiata al dispaccio di agenzia. Grandi sorrisi, volti tranquilli. Ora, sembrano dire, si può finalmente cominciare. Inutile nasconderlo, anche se celata dalla professionalità, in tutti c’è soddisfazione ma anche un pizzico di sfiducia nei confronti dei politici. «Aspetto di leggere il decreto sulla «Gazzetta Ufficiale». È meglio andar cauti. Solo allora saremo veramente sicuri», afferma tranquillo Gallucci. Più emozionante e carico di risvolti umani, l’incontro con Ilario Lazzari, l’uomo in attesa di un cuore nuovo. Appena dieci giorni fa aveva già un piede in sala operatoria. L’intervento è saltato per il rifiuto di Degan a firmare il decreto ministeriale. «Era ora! In tutto questo tempo – confessa Ilario – non ho mai perso la speranza. Sono pronto ad andare sotto i ferri anche adesso. Il morale è buono, non posso dire lo stesso del motore», e indica una serie di fili che lo collegano ad una macchina che da un mese gli controlla il battito cardiaco e gli immette la necessaria dose di farmaci. Da tre anni soffre di una miocardiopatia dilatativa, una disfunzione che non perdona. Solo il trapianto può salvarlo. Per fortuna il quadro clinico è inalterato, le sue condizioni fisiche sono le stesse di quindici giorni fa. Anche questo è un miracolo: è riuscito a sopravvivere alla burocrazia. In pochi in Italia vantano un primato simile. Il suo cuore nuovo dovrebbe arrivare probabilmente dall’area Veneto-Friuli-Emilia Romagna. La fascia è stata decisa dopo una riunione, avvenuta nei mesi scorsi al Centro Trasfusionale e di Immunologia dei trapianti di Milano diretto dal professor Girolamo Sirchia che qualche anno dopo diventerà lui stesso ministro alla Sanità e al quale si deve la grande iniziativa del divieto di fumo nei locali pubblici.</p>
<p><em><strong>«Non dimentichiamo – ricorda Gallucci prima di rituffarsi nella sua sala operatoria – che esistono problemi di compatibilità tra soggetti. Qui nessuno vuole arrivare primo. Puntiamo a salvare i pazienti.»</strong></em></p>
<p>Martedì 12 novembre. È iniziato il conto alla rovescia. La Padova che legge i giornali, guarda la televisione e che ogni giorno va a lavorare, vive con curiosità il momento, percependo quasi consapevolmente il senso storico della portata dell’evento. Nei bar, nelle piazze, non si parla d’altro. La domanda ricorrente è: quando? Già, quando professor Diana? Il Sovrintendente dell’o- spedale patavino stavolta è meno riservato di una decina di giorni fa, quando ha concesso poco, stretto nel suo ruolo, alle rivelazioni. Stavolta l’autorizzazione c’è, nessuno può più nascondersi. La soddisfazione che si respira nel reparto di Cardiochirurgia e negli stessi uffici della Soprintendenza è palpabile, più della stessa attesa per l’avvenimento. Diana ammette, ma precisa:</p>
<p><em>M</em><em>i preme innanzitutto sottolineare che qui non vogliamo far gara con nessuno. Non è una maratona per arrivare a tagliare il traguardo prima degli altri. A noi interessano le vite dei pazienti e se siamo riusciti ad ottenere il sì più importante ora abbiamo il dovere di procedere con il massimo scrupolo. Quando ci sarà l’ intervento? Diciamo che si potrebbe procedere sabato o domenica, lo richiede lo stato attuale delle cose. Abbiamo già il ricevente, ma non disponiamo ancora del donatore. E per donatore intendo che abbia le stesse caratteristiche di compatibilità di Lazzari o di chi altro si troverà nelle sue stesse condizioni.</em></p>
<p>Gallucci non è fisicamente a Padova, si trova a Roma insieme al professor Peracchia, altro chirurgo, alla riunione della Consiglio Superiore della Sanità. Tutto è però pronto. È solo questione di ore, perché il fato, il destino individui in un gioco crudele di morte e di vita, chi sarà il donatore. Del ricevente ormai si sa tutto. Ilario aspetta.</p>
<p>Mercoledì 13 novembre. <strong>È la vigilia dell’evento che di un solo colpo farà recuperare all’Italia diciotto anni di ritardo rispetto al resto del mondo. La nostra storia si concentra nel triangolo Padova-Treviso-Milano. A Padova dove è ricoverato Ilario Lazzari e dove è pronto a operare il gruppo di Vincenzo Gallucci. A Treviso dove c’è Francesco Busnello, il ragazzo di appena 18 anni in morte cerebrale destinato a diventare l’involontario primo donatore. A Milano dove opera il Nitp, il Nord Italia Transplant che coordina tutta l’attività dei trapianti, dove arriva un campione di sangue di Francesco e dove si sta lavorando pe portare a termine la tipizzazione, per accertare cioè la compatibilità dell’organo con le caratteristiche fisiologiche dei possibili riceventi. Sorge qualche dubbio, qualche perplessità: il corpo di Francesco è mingherlino, il suo cuore di dimensioni ridotte, potrà andare bene per un uomo grande e grosso come Lazzari? Le attese aumentano.</strong></p>
<p>Non è una giornata semplice quella che si sta vivendo a Padova, Treviso e Milano dove tutti i protagonisti sentono, in maniera diversa, il peso di quell’accavallarsi di eventi.</p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Giovanni-Marina-Busnello.jpg"><img class=" size-medium wp-image-351 alignleft" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Giovanni-Marina-Busnello-300x198.jpg" alt="Giovanni Marina Busnello" width="300" height="198" /></a>Treviso. Alle ore 11 <strong>Francesco Busnello</strong> presenta uno stato di coma profondo, accompagnato da atonia muscolare, ariflessia tendinea dei muscoli scheletrici innervati dai nervi cranici, indifferenza dei riflessi plantari. Inoltre i sanitari non riscontrano nessun cenno di respirazione spontanea dopo la sospensione, per due minuti, di quella artificiale. Assente anche l’attività elettrica cerebrale, spontanea e provocata, e il riflesso corneale e pupillare alla luce. La famiglia di Francesco ha vissuto un calvario di tre giorni, ritmato dalla visita quotidiana al loro ragazzo, addormentato sotto i mille fili delle macchine della rianimazione. Francesco immobile, insensibile alle parole della madre, alle sue carezze, alle sue piccole e disperate attenzioni. La parola donazione entra nella famiglia Busnello. A parlarne per primo è Giovanni, il papà: <em><strong>Ci ho pensato quando ho letto sul giornale che adesso si può fare. Questa è una delle cose possibili è il pensiero che mi è venuto d’ istinto, ma che poi ho ricacciato nella mente. Ne ho parlato addirittura io ai medici. Il discorso è scivolato su un piano generale, come un qualsiasi fatto di cronaca. Ma Francesco era lì, troppo vicino a noi perché potessi dimenticare il suo stato. Ho detto che sì, sarei stato favorevole alla donazione </strong></em><strong>di qualsiasi organo. Non ho pensato al cuore, ma che differenza può mai esserci?</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La lunga attesa.</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 14:24:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Lunedì 28 ottobre 1985, via Trento a Mestre, ore 18. Davide Borasso, 23 anni, a bordo del suo motorino è investito da una Bmw. Il giovane è trasportato all’ospedale. Le sue condizioni sono disperate, riporta un trauma cranico e coma profondo. La sua vita è appesa a un filo. Martedì 29 ottobre. I medici mestrini decidono [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Lunedì 28 ottobre 1985, via Trento a Mestre, ore 18. Davide Borasso, 23 anni, a bordo del suo motorino è investito da una Bmw. Il giovane è trasportato all’ospedale. Le sue condizioni sono disperate, riporta un trauma cranico e coma profondo. La sua vita è appesa a un filo.</p>
<p>Martedì 29 ottobre. I medici mestrini decidono di trasportare Davide a Padova, dove esistono strutture più sofisticate. <em>«</em>Ha bisogno di una terapia intensiva<em>»</em>, spiegano ai familiari. Il ragazzo arriva alla Rianimazione Giustinianea alle 18. Nella stessa serata è visitato dal professor Sergio Dalla Volta, illustre cardiologo. Il referto non lascia speranze: elettroencefalogramma piatto ormai da oltre 24 ore. Per i sanitari è clinicamente morto. Dalla Rianimazione Giustinianea, collocata da due mesi in Clinica Ostetrica, scatta l’allarme. È avvisato il professor Gallucci, uno degli otto medici italiani individuati dal Ministero della Sanità ad eseguire trapianti cardiaci. O meglio, lo potrà fare quando il ministro Degan firmerà le relative autorizzazioni.</p>
<p>Mercoledì 30 ottobre. È mattina, il professor Gallucci arriva al Policlinico di Padova di buon’ora. È messo al corrente della situazione. Davide è sano, il suo cuore è forte, sarebbe un donatore perfetto. Nel reparto di Cardiochirurgia è ricoverato Ilario Lazzari, falegname di Vigonovo. L’uomo è gravemente malato: è affetto da cardiomiopatia dilatativa in scompenso cardiaco cronico, ple- torico. Ha le gambe a livello dei malleoli talmente gonfie, che premendo con un dito si produce un’impronta con una profondità di più di un centimetro. La sua sopravvivenza, ormai valutabile in poche settimane, dipende da un sostegno inotropo, è legata cioè alla somministrazione di farmaci. L’unica salvezza è nel trapianto. In caso contrario è condannato a morte. In simili circostanze non c’è un minuto da perdere, la tempestività accresce le probabilità di successo. Il professor Gallucci si attacca al telefono, chiama il ministro della Sanità, Costante Degan. Non parla direttamente con lui, ma con la sua segretaria. Chiede un’autorizzazione, un atto burocratico che avvalli l’operazione. I medici dell’<em>équipe </em>sono già pronti. Sono preparate le due sale operatorie. Si aspetta una risposta. A tarda sera da Roma ancora silenzio. Pare che il ministro chieda tempo. Alle 21 Gallucci lascia l’ospedale. Se trapianto sarà non è certo per la notte.</p>
<p>Giovedì 31 ottobre. Altra corsa contro il tempo. Gallucci ha un impegno nel pomeriggio, a Milano, ma è pronto a disdirlo se arriva dalla capitale il tanto atteso segnale. Gallucci richiama Roma, sollecita l’autorizzazione. Ilario Lazzari è trasferito dalla Rianimazione al reparto. «Dobbiamo sterilizzare una delle due sale operatorie», spiegano i medici. I tempi, tuttavia, si allungano. Insorgono delle difficoltà: dalla Rianimazione Giustinianea comunicano che Davide sembra abbia rivelato agli apparecchi degli stimoli periferici. L’elettroencefalogramma è sempre piatto, ma questa presunta residua attività del sistema nervoso induce a procedere con molta cautela. Per stabilire la morte cerebrale fra l’altro, occorrono almeno dodici ore di accertamenti come prescrive la legge. E la famiglia del ragazzo è perplessa se eventualmente autorizzare l’espianto, arriva perfino a dubitare che si stia facendo davvero tutto per salvare il loro ragazzo. Nel frattempo cessa lo stato di preallarme in cui erano state messe le due <em>équipe </em>chiamate a operare. In tutto dodici chirurghi affiancati da anestesisti, cardiologi, ematologi e tecnici di laboratorio che sarebbero dovuti intervenire in due sale operatorie attigue, in una il donatore, nell’altra il ricevente. Dall’Eur di Roma, dal Ministero della Sanità, la conferma della ragione della mancata concessione dell’autorizzazione.</p>
<p>«L’onorevole Degan – fa sapere una fonte molto vicina al titolare del dicastero – sta sollecitando chi di dovere a fare in fretta perché gli adempimenti, più tecnici che burocratici che bloccano l’autorizzazione siano compiuti velocemente».</p>
<p>Ma quanto ci vorrà? «Alcuni giorni», puntualizza la stessa fonte che assicura che il decreto è già sul tavolo del ministro, anche se incompleto.</p>
<p>In Cardiochirurgia, al piano terra del Policlinico di Padova, si ritorna alla routine quotidiana. «Sì, siamo sempre pronti, – conferma il medico di guardia – ma non se ne farà nulla stanotte».</p>
<p>Quando allora? «Non dipende da noi».</p>
<p>Venerdì 1 novembre. Dopo sette anni d’attesa l’<em>équipe </em>del professor Vincenzo Gallucci, si trova a un passo dal primo trapianto cardiaco nella storia d’Italia. Non ci riesce, quel decreto incom- pleto sulla scrivania del ministro fa ancora paura. La scienza è pronta, anche l’opinione pubblica lo è, non così il mondo politico. «Il mattino di Padova» rilancia la notizia con grande evidenza. L’opinione pubblica, comincia a porsi delle domande, a non capire il perché di così tanto ritardo per un atto, che tutto sommato, è squisitamente burocratico.</p>
<p>Sabato 2 novembre. Esplodono le polemiche. «Siamo stati fermati all’ultimo momento, quando eravamo già sulla soglia della sala operatoria», rivela il professor Alessandro Mazzucco, Aiuto del professor Gallucci. Bloccati da chi? «Da una telefonata del Sovrintendente sanitario Luigi Diana che da Roma era stato avvertito di non andare avanti. Noi però attendavamo un fonogramma, come ci era stato garantito in un colloquio telefonico con il dicastero alla Sanità, l’atto formale che ci avrebbe autorizzato all’operazione. Lo abbiamo aspettato fino al primo pomeriggio, ci avevano assicurato che era partito da Roma, ma a Padova non è mai arrivato. E siamo stati costretti a sospendere tutto<em>»</em>. La palla rimbalza a Luigi Diana che il sabato mattina incontra a Mestre il ministro Degan. Perché è stato bloccato tutto? è la domanda più scomoda e ricorrente. «Per gli aspetti giuridici legati alla legge che regola il trapianto di organi – è la risposta di Diana; che aggiunge – i problemi, mi ha detto Degan, sono quasi risolti. È ragionevole supporre una brusca riduzione dei tempi di attesa. Sicuramente entro la fine dell’anno». Determinante a dare un’accelerata, lo scatenarsi di polemiche che cominciano a uscire dagli ambiti cittadini. Publio Fiori, onorevole democristiano, presenta una interrogazione al ministro della Sanità e scrive una lettera a Nilde Jotti, presidente della Camera dei Deputati.</p>
<p><strong><em>«Non si comprende – accusa Fiori – perché si debbano costringere i malati ad andare in altri Paesi con la spesa media unitaria di circa 30 mila dollari, quando esistono centri cardiochirurgici già attrezzati per questo genere di trapianti. Andrebbero accertate le responsabilità di tali incredibili ritardi e se alla base ci fossero solo scontri di interesse che nulla hanno a che vedere con la salute dei cittadini.»</em></strong></p>
<p>Domenica 3 novembre. Ilario Lazzari, l’uomo in attesa di un cuore nuovo, attraverso il fratello Mario, riceve in ospedale un foglietto scritto al computer e redatto da un giornalista.<em>«Signor Lazzari, mi scusi se in in un momento come questo mi permetto di disturbarla. Il mio giornale da diversi giorni sta conducendo una battaglia per costringere le autorità competenti ad accelerare i tempi per la concessione della necessaria autorizzazione ad effettuare i trapianti di cuore. E perciò anche il suo. Credo che la sua testimonianza su tutta la vicenda possa servire a sensibilizzare maggiormente l’opinione pubblica. Proprio per questi motivi mi permetto di sottoporle una serie di domande a cui spero lei vorrà rispondere. Grazie. Gianfranco Natoli»</em></p>
<p>Ed ecco le domande. Mi parli della sua famiglia. Quando ha scoperto la gravità della sua malattia? Da quanto tempo è ricoverato in ospedale? Come viene curato? Come trascorre le giornate? Cosa pensa dei trapianti? Una volta avvenuto il trapianto avrebbe dei problemi di ordine morale pensando di avere il cuore di un altro? Il suo parere sugli avvenimenti degli ultimi giorni. Cosa pensa delle lungaggini burocratiche? Secondo lei perché non arriva l’autorizzazione ministeriale? Un suo parere sul comportamento del ministro Degan. Lanci un appello ai politici.</p>
<p>Lunedì 4 novembre. <em>«</em>Il Mattino di Padova<em>» </em>pubblica in esclusiva l’intervista a Ilario Lazzari, intervista che in realtà non è mai avvenuta, almeno non direttamente. A riportare le risposte, non per iscritto ma solo a parole, è ancora una volta Mario Lazzari, il fratello di Ilario. Su quelle frasi il giornalista costruisce l’articolo che contribuirà a far esplodere definitivamente la polemica che diventa così di dominio assoluto, anche dei media nazionali e in particolare delle televisioni. Riportiamo integralmente il testo di quel servizio che a distanza di trent’anni assume il sapore della premessa per un evento che sarà storico.</p>
<p><strong>«Il mattino di Padova»</strong></p>
<p>lunedì 4 novembre 1985, pagina 4.</p>
<p>Titolo: <strong>Ilario ha fiducia: la prima intervista. </strong><strong>Il veneziano che aspetta un cuore nuovo.</strong></p>
<p>Ilario Lazzari è tranquillo. Tutte le polemiche scoppiate in questi giorni sembrano non averlo scosso. Mantiene la calma. Avvicinarsi è praticamente impossibile, preferisce evitare il contatto con i giornalisti. Il suo non è un isolamento, è solo una calma attesa. Che si compia il tanto atteso trapianto al Policlinico di Padova. È da settembre di quest’anno che aspetta, che vive nella certezza che soltanto un intervento sostitutivo del cuore gli potrà restituire la gioia di esistere. Il gusto di tornare a vivere. E in attesa del pezzo di carta con tante firme importanti sopra, si tiene aggiornato. Legge i giornali, segue tutti i notiziari televisivi. Vuole sapere. Già nei giorni scorsi avevamo provato a intervistarlo. Ha risposto gentilmente di no. Ha accettato però, per mezzo del fratello Mario che giornalmente lo va a trovare in ospedale, di raccontarci tutto quello che pensa di una vicenda che involontariamente lo ha visto protagonista. <em>M</em><em>i voglio operare e lo voglio fare al più presto. Aspetto da tanti mesi per questo e non ho intenzione di mollare proprio adesso. Nel mio futuro c’ è una nuova vita. Ho molta fiducia. </em>La sua malattia, una miocardiopatia dilatativa, si è ma- nifestata la prima volta nel gennaio del 1983. Da allora è stato un entrare e uscire dagli ospedali. L’ultima speranza è il professor Gallucci, dalle sue mani si aspetta il miracolo. <em>Ho enorme fiducia in Gallucci. Se mi dicessero, guarda che </em><em>a Padova non ti possono operare, devi andare in un’altra città, ebbene rifiuterei l’operazione. Il mio cuore me lo devono mettere qui. E se devo morire lo voglio fare qui, a casa mia</em>. Da tre mesi vive recluso in una stanza di ospedale. Sconforto e speranza si accavallano di continuo. <em>I</em><em>l momento più brutto è stato giovedì. Avevo capito che era arrivato il momento. Ero tranquillo, anzi contento. Poi alle </em><em>1</em><em>5</em><em>.</em><em>3</em><em>0 ho visto arrivare l’ infermiere con il vassoio. Ho capito che era saltato tutto. Che c’era stato un rinvio. Mi è sembrato che il mondo mi crollasse addosso. Ma è stato soltanto un attimo: ho ripreso ad avere fiducia. Ad attaccarmi alla vita</em>.</p>
<p>Sul tira e molla ministeriale dice poche parole. Tutte significative: <em>Il discorso burocratico è buono solo per chi non ha soldi. Gli altri se ne vanno all’estero. La vita può essere pagata. E chi non può farlo muore. Se fossi stato il figlio di Degan l’autorizzazione sarebbe arrivata in tempo. Ci potete contare</em>. Mario Lazzari, il fratello portavoce, ci tiene a precisare: <em>Ilario mi ha detto di ringraziare tutta la stampa. L’ intervento dei giornali è servito a sensibilizzare l’opinione pubblica, a </em><em>f</em><em>a</em><em>r smuovere </em><em>i politici</em>.</p>
<p>Poi il discorso scivola sul carattere di Ilario, un uomo dalla salute di ferro che a 36 anni ha scoperto, quasi per caso, di essere condannato a morte. <em>Mio fratello ha un carattere calmo, riflessivo, È sempre stato molto attivo. Anche le difficoltà della vita non lo hanno mai abbattuto. La nostra famiglia non è stata molto fortunata, ha dovuto affrontare delle prove difficili, ma ha sempre saputo guardare avanti. Senza mai dimenticare la via dell’onestà</em>. Un clan compatto, che si è stretto attorno ad Ilario, proteggendolo, creandogli una cortina impenetrabile contro le intromissioni esterne, la curiosità della gente. I fratelli Mario, Ermida e Gina, la mamma Giulia, non mollano. Per loro la battaglia continuerà anche dopo il tanto atteso sì ministeriale. E non vedono l’ora di combattere.</p>
<p>L’intervista a Ilario Lazzari rimbalza a Roma e quel <em>«</em>Se fossi stato il figlio di Degan l’autorizzazione sarebbe arrivata in tempo» diventa molto di più di una accusa, seppure pesante. Si trasforma in un caso politico, che tira in ballo direttamente il ministro di origini veneziane. E il particolare non è da poco. Non dimentichiamo che in attesa ci sono anche altri ospedali, tra cui alcuni romani. Ma, il vero obiettivo del giornalista e del giornale padovano che hanno contattato e poi pubblicato l’intervista a Ilario Lazzari è raggiunto. La polemica è totale ed è una sorta di tutti con- tro tutti. Di quanto l’affondo è stato diretto al cuore delle stanze ministeriali e politiche della capitale, si percepisce quando nella redazione del quotidiano, all’epoca in via Pellizzo, arriva un fax inviato dalla segreteria di Degan. Il carteggio, che non è stato reso pubblico, resta confinato nel privato, tra il giornalista autore dell’intervista e lo stesso ministro. Dal tono aggressivo del co- municato stampa si percepisce quanto la sciabolata, dal punto di vista mediatico, abbia fatto effetto e abbia messo pressione a tutto il ministero della Salute.</p>
<p><em>A</em><em>d un lettore bene attento, delle notizie come riportate, non può sfuggire che Degan non ha bloccato alcun trapianto dal momento che non c’ è la disponibilità del donatore. La polemica di G. N. si basa, per di più, su una ignoranza tanto crassa da potersi ritenere incolpevole, ma non perciò meno presuntuosa e arrogante. Merita solo ricordare che Degan: 1) ha dato, affrontando anche momenti polemici, un impulso decisivo nell’emanare i relativi decreti, ha il diritto ed il dovere (dopo aver sentito gli organi ministeriali) d’avviare il trapianto di cuore in Italia. 2) ha inserito tale decisione in un programma di evoluzione della cardiochirurgia in Italia affidandosi, perciò, all’apposita commissione presieduta dal professor Donato ed innovando (con la previsione di poli integrati) rispetto alla episodicità che, alternativamente, ne sarebbe derivata. </em><em>3</em><em>) essendo soggetto (come tutti) alle leggi svolgere un riesame complessivo delle procedure tecniche e amministrative per una decisione che interverrà in tempi brevi.</em></p>
<p>La risposta del giornalista, autore dell’intervista a Lazzari, resta anch’essa confinata nel privato rapporto con Degan. Questo il testo del controfax:</p>
<p><em>I</em><em>l ministro Degan è disinformato. Il professor Luigi Diana, direttore sanitario dell’ospedale di Padova, aveva ricevuto l’autorizzazione al trapianto dai familiari del ragazzo mestrino. Il problema della burocrazia: sette anni fa il professor Gallucci chiede al ministero della Sanità l’autorizzazione ad eseguire trapianti di cuore. Le otto èquipe sono scelte a settembre, e si tratta delle stesse che si erano dichiarate già pronte. Un mese fa una commissione, inviata dal ministro Degan, </em><em>a</em><em>r</em><em>r</em><em>i</em><em>v</em><em>a </em><em>a Padova, chiede di visitare i locali, di vedere le attrezzature. Una delegazione altamente qualificata ma forse un po’ a digiuno di cardiochirurgia, visto che non è a conoscenza che ogni anno nel reparto del professor Gallucci sono eseguiti 800 interventi al cuore, e moltissimi a livello mondiale, Poi l’opportunità di martedì, ma la risposta da Roma è perentoria: non siamo ancora pronti, ci vogliono alcuni giorni. Signor ministro, nessuno nega che la burocrazia abbia i suoi ritmi ma sarebbe il caso di ricordare alla burocrazia che in attesa del “riesame complessivo della procedura tecnica e amministrativa” la gente muore. Nessuno vuole colpevolizzare il ministro Degan, che anzi ha dato impulso al settore, ma ci sentiamo in diritto di chiedere velocità. Almeno alla burocrazia. Sull’argomento sarebbe significativo conoscere l’opinione di tutti gli Ilario Lazzari italiani, vivi ma condannati a morte, in attesa di un trapianto.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Quel giorno tutto cambia&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 13:07:01 +0000</pubDate>
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		<title>Il Ciao di Francesco</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 13:03:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dei genitori si aspetteranno sempre di vedere qualche tratto del carattere del loro figlio, qualche segno della sua personalità, nell&#8217;uomo che ne ha ricevuto un organo. Anche noi ci eravamo illusi, per poi renderci conto che il cuore non è la sede dei sentimenti, come vorrebbero le credenze popolari e il senso comune, ma è solamente [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>D<em>e</em><em>i genitori si aspetteranno sempre di vedere qualche tratto del carattere del loro figlio, qualche segno della sua personalità, nell&#8217;uomo che ne ha ricevuto un organo. Anche noi ci eravamo illusi, per poi renderci conto che il cuore non è la </em><em>s</em><em>e</em><em>d</em><em>e dei </em><em>s</em><em>e</em><em>ntimenti, come vorrebbero le credenze popolari e il senso comune, ma è solamente un muscolo.</em></p>
<p><strong>Francesco Busnello aveva appena 18 anni</strong> quando, suo malgrado, è passato alla storia come il primo donatore di cuore italiano. Francesco non era un ragazzo come tutti gli altri. Primogenito di tre fratelli, Eleonora di 10 anni e ed Enrico di 16, frequentava la V B meccanici all&#8217;Itis Fermi di Treviso. Da poco rieletto rappresentante all&#8217;interno del Consiglio di Istituto, era uno di quelli sempre in prima fila, molto attivo nel coordinamento studentesco. In prima fila anche nel suo impegno da cristiano. Come catechista insegnava religione ai bambini della parrocchia di Santa Bona. Scout da sempre, era cresciuto dividendosi tra scuola, chiesa e sport, visto che giocava a pallamano con l&#8217;Associazione di Treviso. Abitava con i genitori Giovanni e Marina, il fratello e la sorella, a Treviso, in via Bezzeca. E a casa stava tornando quando a Vascon, la sera di venerdì 8 novembre 1985, con il suo Ciao, il motorino preferito dai ragazzi italiani dagli anni Sessanta fino agli anni Ottanta, non si ferma a un incrocio male segnalato ed è investito in pieno da un&#8217;auto. La mancanza di casco, non obbligatorio all’epoca, fa il resto. Poi la corsa all’ospedale “Ca’ Foncello”, la lunga attesa, l&#8217;intervento al cervello per rimuovere l&#8217;ematoma che si era procurato nel violento impatto. Infine il progressivo peggioramento, la morte cerebrale, la donazione, alle ore 23 del 13 novembre 1985. Un gesto, quello della famiglia Busnello che ha permesso all’Italia di fare un grande balzo sotto il profilo medico, sociale e umano.</p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Francesco-Busnello.jpg"><img class=" size-medium wp-image-299 alignleft" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Francesco-Busnello-300x212.jpg" alt="Francesco Busnello" width="300" height="212" /></a></p>
<p><em>I sei giorni in rianimazione di Francesco sono stati per tutti noi, genitori e fratelli, sei giorni di tormento e di smarrimento vissuti con la speranza che potesse esserci una ripresa. La nostra fede ci ha dato la speranza in un miracolo, che abbiamo chiesto con insistenza. È stata anche una fase nella quale abbiamo sperimentato un rapporto nuovo con i medici: credo sia stato uno degli aspetti determinanti per la scelta che abbiamo fatto. Il rapporto è stato costante, l’ informazione molto puntuale per cui abbiamo avuto la consapevolezza di cosa stesse succedendo a nostro figlio e quali potessero essere anche gli esiti. Quello che ci ha creato quasi il panico è stato il titolo del giornale di quel giorno, di quel 13 novembre, che annunciava: Trapianto di cuore, oggi si può. Questo era il titolo a tutta pagina del giornale che avevo letto la mattina, e quando hanno telefonato dall’ospedale per invitarci a un colloquio, ci siamo andati con il cuore in tumulto, perché temevamo che ci chiedessero veramente di dare la disponibilità al prelievo. E infatti così è stato. È un po’ difficile descrivere quali sono le sensazioni di una persona o una famiglia che vive in situazio- ni come quelle, che sono insieme di disperazione e sconforto </em><em>m</em><em>a anche </em><em>d</em><em>i sconfitta e impotenza. Il contesto esterno non aiuta. In quei giorni alcuni conoscenti, e qualche amico, ci hanno avvicinato per dirci che non avrebbero avuto il coraggio di autorizzare il prelievo degli organi, altri che sarebbe stato opportuno non farlo, perché esprimere il consenso alla donazione voleva dire chiudere ogni speranza. Ma noi avevamo capito, ed ecco perché ritengo che il rapporto con i medici sia stato determinante, perché non c’era più speranza per Francesco e quindi dovevamo mettere insieme tutti i ricordi e fare appello a tutte le energie per capire se Francesco avrebbe fatto una scelta di questo genere. Direi che tutti i comportamenti, lo stile di vita di nostro figlio è stata un esempio di altruismo e di socialità. Questo ci ha dato la forza per dare il nostro consenso. Quell’esperienza l’abbiamo vissuta in maniera anomala perché era il primo trapianto di cuore in Italia, perché era un evento che è andato su tutti i giornali, sono arrivate le televisioni e, quindi, non abbiamo potuto vivere il momento con il riserbo che normalmente dovrebbe esserci in situazioni analoghe, anche se devo riconoscere che una parte dei giornalisti è stata discreta, e perciò abbiamo vissuto senza affanni anche il disagio provocato da tutto questo clamore. Abbiamo poi saputo subito chi fosse il destinatario della donazione e abbiamo intrapreso dei rapporti relazionali umani con Ilario Lazzari e con la sua famiglia. Abbiamo vissuto anche una fase, chiamiamola così, un po’ difficile per noi, perché nella nostra cultura il cuore è la sede dei sentimenti. Nonostante la positività del rapporto con Ilario è maturata in noi la convinzione che sarebbe più opportuno che la famiglia del donatore non conoscesse mai il ricevente, e viceversa. Non dico che debba essere per tutti così, ma credo che ci sono molti fattori di cui si potrebbe parlare che portano a questa considerazione. </em><em>D</em><em>o</em><em>ver </em><em>s</em><em>c</em><em>egliere </em><em>i</em><em>n momenti drammatici, come quelli che abbiamo vissuto noi, senza un’adeguata preparazione preventiva, una conoscenza adeguata, è un altro degli aspetti che ci ha fatto riflettere. Ritengo sia necessario avere le informazioni adeguate  non solo nel momento dell&#8217;evento tragico, ma prima che questo avvenga; quindi l’opera delle associazioni che sensibilizzano sul tema dei trapianti ricopre un ruolo fondamentale, un ruolo essenziale e dovrebbero tutti, giovani e meno giovani, essere informati per poter avere la consapevolezza della scelta che si può fare nel momento in cui non c’ è più speranza per noi o per i nostri cari. Credo che questo sia l’aspetto da valorizzare, questo è un impegno per tutti, è un impegno per le istituzioni, le quali devono sostenere e valorizzare queste risorse. Nostro figlio aveva scritto alcuni pensieri sul significato della vita. Mi piacerebbe ricordare Francesco con le sue stesse parole legate ad alcune riflessioni: «La vita non può essere completa se non ha una meta e questa può essere una nostra scelta seguendo la nostra vocazione.»</em></p>
<p>In ospedale fu lo stesso Giovanni Busnello, papà di Francesco, a chiedere se ci fosse l’intenzione di espiantare anche il cuore. «Non ci è ancora arrivata alcuna comunicazione» risposero im- preparati i medici. La determinazione del cardiochirurgo Carlo Valfrè a Treviso e del professor Vincenzo Gallucci a Padova fecero il resto. A Treviso il primo espianto di cuore d&#8217;Italia, a Padova il primo trapiantato.</p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Giovanni-Marina-Busnello.jpg"><img class=" size-medium wp-image-351 alignright" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Giovanni-Marina-Busnello-300x198.jpg" alt="Giovanni Marina Busnello" width="300" height="198" /></a></p>
<p><strong><em>M</em><em>i</em><em>a moglie ha sempre detto che lo rifarebbe </em>– spiega Giovanni – <em>Io sono stato lacerato dai dubbi: nessuno ci aveva preparato e l&#8217;ambiente ci ha insinuato il dubbio di una decisione presa con troppa fretta. Ma in ospedale i medici ci </em><em>h</em><em>anno </em><em>s</em><em>e</em><em>mp</em><em>r</em><em>e</em><em> spiegato molto chiaramente la situazione di Francesco. Espiantarono i tessuti e le cornee. Ma solo il cuore di Francesco è passato alla storia. Ne parlo con ragion veduta, per aver conosciuto e frequentato Ilario Lazzari. Noi tutti ci eravamo creati delle aspettative nei suoi confronti, pensando che una parte di nostro figlio continuasse a vivere in lui. Ma riconosco che è stata un&#8217;aspettativa ingiusta, che ha creato in noi solo disagio. E ho notato come lui nutrisse nei nostri confronti una specie di sudditanza, un sentimento di speciale riconoscenza come non dovrebbe essere. Anche questo sentimento è ingiusto. La Legge dovrebbe tenere riservata la destinazione degli organi espiantati.</em></strong></p>
<p>E conclude: <strong><em>Quando Ilario Lazzari morì, nel 1992, fu come perdere Francesco una seconda volta.</em></strong></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La camicia bianchissima.</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 13:02:48 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[La Famiglia]]></category>

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		<description><![CDATA[Arrivai in piazza Sordello, era enormemente vuota. All’epoca non era insolito camminare abbastanza a lungo. Mantova non è vasta, tuttavia partendo da dove abitavo, a corso Vittorio Emanuele, significava percorrere tutta la città petrosa. Mantova è un susseguirsi di acciottolati, marmi, sassi e autorevoli muri, senza intervalli verdi. Piazza Sordello era illuminata dalla luce della [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>A</em><em>r</em><em>r</em><em>i</em><em>v</em><em>ai </em><em>i</em><em>n piazza Sordello, era enormemente vuota. All’epoca non era insolito camminare abbastanza a lungo. Mantova non è vasta, tuttavia partendo da dove abitavo, a corso Vittorio Emanuele, significava percorrere tutta la città petrosa. Mantova è un susseguirsi di acciottolati, marmi, sassi e autorevoli muri, senza intervalli verdi. Piazza Sordello era illuminata dalla luce della sera di fine agosto. Su palazzo Ducale spiccava, nera, la “gabbia”. La cattedrale mi mostrava la facciata settecentesca, un po’ polverosa. Camminai verso il portone del palazzo vescovile. Lì vicino un sacerdote con una lunga tonaca e un certo numero di giovani sostava, chiacchierando. Non pensai, non considerai, guardai solo. Nel gruppo un ragazzo, silenzioso e vagamente corrucciato, spiccava per la camicia bianchissima, di un lindore esagerato. Indossava un cappello da studente di medicina e un paio di jeans, indumento molto stravagante, nel 1957.</em></p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/terza-liceo.jpg"><img class=" size-medium wp-image-431 alignright" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/terza-liceo-300x221.jpg" alt="terza liceo" width="300" height="221" /></a>Gli americani sostengono che per innamorarsi servono tre cose: la persona giusta, il posto giusto e il momento giusto. Nella storia tra Vincenzo Gallucci, 22 anni, promettente studente di medicina all’Università di Modena, e Luciana Bellomi, di due anni più giovane, al secondo anno di Lingue all’Università Cattolica di Milano, il posto giusto è stato la piazza Sordello di Mantova e il momento giusto quella fine di agosto del 1957. Che poi sia stata anche la persona giusta per entrambi, lo scopriremo inoltrandoci in punta di piedi in una storia d’amore nata com’era costume in quella metà degli anni Cinquanta del Novecento, cioè con pudore. <em><strong>Ad accompagnarci, oggi, è la stessa Luciana Gallucci, nata a Mantova il 14 luglio 1937 e figlia di Guido Bellomi e Sabina Fagnomi. Luciana oggi è nonna, ma di quei giorni, di quell’epoca è testimone fedele e preziosa, cronista appassionata capace di far riaffiorare, a chi ha avuto la fortuna di vivere quei decenni così ricchi di fermenti sociali, politici e culturali, emozioni mai dimenticate.</strong></em></p>
<p><em>M</em><em>i attirò la novità o il ragazzo? Sicuramente quella camicia e quel cappello regalavano a quell’ insolito Robin Hood un’aria particolare, che su di me fecero uno strano effetto. Forse per i lineamenti forti, mascella squadrata, occhi molto grandi. Forse per le spalle larghe mi sembrò subito che emanasse una forza magnetica. Anch’ io gli dovetti sembrare un po’ strana come “ fucina”. Ricordo bene, indossavo una tunichetta azzurra, alquanto impudicamente attillata. Appartenevo alla FUCI, la Federazione Universitaria Cattolica Italiana, scoprii in seguito che significava appartenere agli universitari cattolici con relativo marchio di attitudine bigotta sia nel vestire che nel pensare, o almeno così si riteneva comunemente. Tutto il resto era in regola: avevo un passato nell’Azione Cattolica, frequentavo il secondo anno di Lingue all’Università Cattolica di Milano e non avevo mai avuto un ragazzo. Fu così che dopo il congresso nazionale di Napoli, a cui mi recai assieme a tutti i presenti di quella sera di fine agosto, divenni una anomala presidente della FUCI mantovana. Le altre </em><em>ragazze non </em><em>d</em><em>e</em><em>s</em><em>id</em><em>e</em><em>r</em><em>av</em><em>a</em><em>n</em><em>o</em> <em>a</em><em>c</em><em>c</em><em>o</em><em>lla</em><em>r</em><em>s</em><em>i questo grattacapo che implicava perdite di tempo per lo studio, nonché scorribande varie per prendere contatti. Mi assunsi questo impegno anche perché volevo mettermi in evidenza agli occhi del bel tenebroso che, al quarto anno concluso di medicina, accumulava solo trenta e lode ed era considerato una sicura promessa della Patologia Generale anche in alto loco. Per conto mio come presidente della FUCI qualche merito lo ebbi. Sicuramente per il mio carattere bellicoso e ingenuamente anticonformista, introdussi parecchie novità.</em></p>
<p><em><strong>I ricordi di Luciana si concentrano ora su quel ragazzo che, ammette,</strong></em></p>
<p><em>m</em><em>i piaceva immensamente perché era silenzioso, scorbutico, quasi inavvicinabile e anche per una certa aura di mistero che esisteva attorno alla sua famiglia. Medico il padre, farmacista la madre. A quei tempi non molti avevano un padre e, soprattutto, una madre laureata che esercitava la professione.</em></p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Gallucci-venti-anni.jpg"><img class=" size-medium wp-image-426 alignleft" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Gallucci-venti-anni-205x300.jpg" alt="Gallucci venti anni" width="205" height="300" /></a>Già, quei tempi, gli anni Cinquanta e poi Sessanta che, chi ha avuto la fortuna di viverli, hanno regalato grandi sogni ed emozioni. E poi una parata di uomini indimenticabili che hanno forgiato di ideali un’intera generazione. Come dimenticare quella carezza data ai nostri bambini dal Papa buono, la nuova frontiera dei Kennedy, le ciabattate di Krusciov, il mitra del Che, le speranze di nome Fidel, i pensieri rossi di Mao, quelli neri di Martin Luther King, il sorriso dai mille colori di Marilyn. Un’epoca irripetibile, vissuta da adolescenti puri e nobili che crescevano con gli ideali dei sogni. Luciana e il suo Enzo non erano diversi.</p>
<p><em>M</em><em>e</em><em>raviglia degli </em><em>anni Cinquanta e </em><em>S</em><em>e</em><em>s</em><em>s</em><em>a</em><em>nta, tutto il gruppo di ragazze e ragazzi si scambiava lettere, biglietti di auguri </em><em>p</em><em>i</em><em>ù o meno banali, specialmente durante gli intensi periodi di studio mentre si era reclusi nelle varie città universitarie della Lombardia e dell’Emilia. È per questo che, stranamente e fortunosamente, posso riportare alcuni brani di una lettera di Enzo, il mio faticoso Robin Hood, che in vista della laurea e volendo fare la carriera universitaria mi scriveva: “Malgrado non abbia avuto recenti insuccessi nello studio, tuttavia anch’ io in questi giorni sono piuttosto sfasato e preoccupato per molte ragioni, benché esternamente non traspaia, se non qualche guaio che combino in laboratorio e che dalle alacri menti che mi circondano viene attribuito a motivi troppo ovvi, specialmente connessi con la primavera. Invece ben spesso mi capita di pensare ed è anche logico vista la vicinanza (speriamo) della laurea, a quello che potrò fare dopo. Andando a lezione mi accorgo facilmente di quanto niente io sappia e mi chiedo se per caso fino ad oggi non abbia perso tanto tempo prezioso. Ma ecco, contro ciò, l’obiezione che questi anni trascorsi in un Istituto di Ricerca puro, il quale rappresenta senza dubbio l’ élite nella scienza medica, devono per forza essermi contati qualcosa, se non altro dal punto di vista formativo. Infatti chi esce da questi laboratori, a parte le cognizioni di una parte della medicina che altri non hanno, in genere sviluppa un senso critico, una abitudine alla ricerca delle cause, alla esattezza, di grande valore come patrimonio personale. Io però mi chiedo: sono così anch’ io? Mi sono proprio serviti in questo senso questi anni? E se devo giudicare da me (ed almeno a se stessi si deve dire la verità), non posso concludere positivamente. Figurati che allegria! Il bello è che coloro con cui lavoro, che mi giudicano fondandosi sulle apparenze, talora non mi sono avari di espressioni di stima, di cui so bene di essere tutt’altro che meritevole. È un po’ come </em><em>l</em><em>a faccenda degli esami andati troppo bene finora. Ma non è una cosa seria! A questo punto un secondo problema, salato con un pizzico di disgusto. Considerato che io voglio fare il medico e non lo scienziato, non sarebbe stato meglio se non fossi entrato subito al terzo anno in una clinica? Questo me lo ero chiesto anni fa ed allora conclusi che restare là dov’ero, rappresentava l’unico modo per partecipare a pubblicazioni scientifiche, cosa pressoché impossibile ad uno studente, altrove. A ciò si aggiunga un po’ di disgusto per ciò che succede nelle Cliniche Universitarie dove tutti sono occupati a rincorrersi e tentare di superarsi e travolgersi sulla strada della libera docenze (= titolo di professore = + alto guadagno) attraverso sotterfugi e manovre varie e sfornando decine e decine di lavori pubblicati ogni anno dei quali una minima percentuale vale qualcosa (ragione per cui la produzione medica scientifica italiana è all’estero trascurata del tutto). È o non è uno schifo? Ma ciononostante l’Università è in Italia l’unico posto dove un medico possa imparare qualcosa e dove tutto sia fatto con una certa larghezza di mezzi, ed esercita sempre un gran fascino cui io sono tutt’altro che insensibile. È la pura verità: io desidererei restare all’Università al fine di imparare il più possibile e nel miglior modo. Tra tutta quella gente c’ è anche chi sa molto e può insegnarlo e la Medicina </em><em>è troppo bella ed in</em><em>t</em><em>e</em><em>r</em><em>e</em><em>s</em><em>s</em><em>a</em><em>nte per essere maltrattata. Ma allora per rimanere nell’orbita dell’Università dovei fare come sopraddetti signori medici? Da escludersi, naturalmente ciò, ed io infatti calcolavo di essere facilitato dalla prospettiva offertami da mio padre due anni fa. Infatti lui aveva risolto il problema intestandomi un reddito fisso che avrebbe dovuto garantirmi la possibilità di continuare senza la necessità di un guadagno immediato o quasi. Ma continuerà così? Oggi </em><em>n</em><em>o</em><em>n so </em><em>p</em><em>i</em><em>ù se lui si aspetti da me troppo o invece troppo poco, e questo sarebbe proprio brutto. Temo che nubi di tempesta si addensino.</em></p>
<p><em><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/seconda-liceo.jpg"><img class=" size-medium wp-image-433 alignright" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/seconda-liceo-300x208.jpg" alt="seconda liceo" width="300" height="208" /></a> <strong>E restando all’Università, che cosa vorrei fare? Lo dico a te per prima e ti prego di non diffondere la notizia: mi piacerebbe molto fare il chirurgo. Non l’ ho mai detto a nessuno perché di solito non grido ai quattro venti, programmi più o meno campati in aria. Riuscirò a farlo? È questo che mi tormenta perché è una delle branche più difficili della medicina e senz’altro la più lunga. Ma è troppo bello per rinunciare! Non so spiegarmi come mi è venuto questo desiderio, ma a un certo momento me lo sono trovato fisso.</strong> Se non riuscissi a realizzarlo allora sarei proprio depresso! Le difficoltà sono moltissime e di ogni genere ma io spero. Ogni tanto penso anche a quello che avverrà dei miei compagni di oggi, Piero, Manlio, Claudio… ed ai rapporti tra me e loro come sono ora e come saranno domani. Forse tu pensi, e ne sei convinta, che noi siamo amici. Purtroppo per quello che dipende da me devo disilluderti: probabilmente c’ è una gran colpa anche da parte mia, ma, pur stimandoli come certo meritano, non li ho mai considerati dei veri amici, soltanto compagni di studi con cui sono un po’ unito: niente di più. Se tu la pensi diversa- mente beata te! Ho fatto niente per migliorare la situazione? Qualcosa, ma senza grandi risultati. Chissà perché, ho sempre considerato l’amicizia come qualcosa di elevato, basato su tanta generosità e lealtà e confidenza e sicurezza di aver qualcuno su cui contare e volontà di sacrificare un po’ di sé a vantaggio dell’altro senza pensarci su due volte. Solo negli scout ho potuto vedere alcuni esempi tipici (forse è la vita un po’ particolare che vi si fa e che è molto formativa, checché se ne dica). Ora, tu credi che ognuno di noi sia sempre sincero, generoso, comprensivo, leale verso l’altro? Neanche per sogno. </em><em>E</em><em>d io non sono senza peccato! Quindi la parola “amici” è per conto mio proprio sprecata e vorrei tanto che fosse il contrario! La situazione non è delle più rosee.</em></p>
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<p>Forse non è facile comprendere a chi è giovane oggi, quanto fossero diversi i ragazzi di allora. No, sia ben chiaro, i sogni, le speranze, l’amore, quelli non sono cambiati. Piuttosto a essersi profondamente trasformato è il riserbo con il quale si confidavano, a chi si amava e stimava, le proprie aspirazioni di vita. Quel- la confessione così entusiasmante, fatta a Luciana, per Vincenzo Gallucci, giovanotto di belle speranze ormai vicino alla laurea in medicina, ha forse rappresentato molto di più di una dichiarazione d’amore. Ha significato consegnare a quella che sarebbe poi diventata la sua ragazza, sua moglie, la madre dei suoi figli, oltre il proprio cuore anche la propria anima.</p>
<p><em>È stato entusiasmante ricevere la lettera, una confidenza così. Mi ci vollero, però, molta comprensione, umiltà e una buona dose di autolesionismo prima di riuscire a fargli capire che ero all’altezza di condividere le sue mete. Ci ho impiegato più di tre anni.<img class=" size-medium wp-image-429 alignright" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Matrimonio-01-225x300.jpg" alt="Matrimonio 01" width="225" height="300" /></em></p>
<p><strong>Enzo e Luciana si sono da poco laureati. Lui ha venticinque anni, lei poco più di ventitrè. Lui è entrato nella specialità di Chirurgia all’Università di Padova, lei insegna Lettere in un paesino vicino a Mantova.</strong></p>
<p><em>M</em><em>io padre mi regalò la macchina degli anni Sessanta, la </em><em>5</em><em>0</em><em>0</em><em>. Mi serviva per andare a scuola e mi concedeva la libertà di andare a prendere Enzo alla stazione di Verona, al sabato. Ogni volta era un’emozione meravigliosa vederlo scendere dal treno e avvicinarsi a me con un vago sorriso, con la sua irrinunciabile camicia bianca e quel suo modo </em><em>p</em><em>a</em><em>r</em><em>t</em><em>ic</em><em>o</em><em>l</em><em>ar</em><em>e </em><em>d</em><em>i camminare. Spesso proseguivamo verso il lago di Garda. Pioggia o sole, nebbia o sereno.<strong> Lui, che di solito era così silenzioso, parlava continuamente della sofferenza di essere l’ultimo arrivato, dell’umiliazione di essere raramente ammesso in sala operatoria. Fu a causa di tutte le lentezze del sistema e le inutili vessazioni che, finita la specialità ottenuta sempre con il massimo dei voti e la lode, decise che dovevamo partire per gli Stati Uniti.</strong> Finite le chirurgie generali gli interessava la cardiochirurgia che in Italia era agli albori. Il nostro matrimonio, il 24 giugno 1964, fu una specie di </em>happening<em>, </em><em>c</em><em>o</em><em>n interventi </em><em>d</em><em>i nomi illustri come il maestro di Enzo, professor Aloisi patologo di fama internazionale. Furono presenti anche tutti gli amici della FUCI. Eravamo i primi a sposarci. Il nostro anticonformismo, un po’ incompreso all’epoca, ci permise di dare una festa alcuni giorni prima. Così la cerimonia, nell’antica chiesetta di Pieve di Cavriana, ebbe un sapore molto intimo.</em></p>
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