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	<title>Vincenzo Gallucci &#187; Contributi</title>
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		<title>Presentato a Roma il volume Non ho dubbi.</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jul 2015 08:24:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il volume Non ho dubbi, edito in occasione del trentesimo anniversario del primo trapianto, è stato presentato ufficialmente giovedì 25 giugno a Roma, nella prestigiosa sede del Senato della Repubblica Italiana (Palazzo Giustiniani, Sala Zuccari). Sono intervenuti il Senatore Questore Antonio De Poli; Ilaria Capua, virologa e ricercatrice, Vice Presidente Commissione Cultura Camera dei Deputati; il Professor Gino [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il volume <i>Non ho dubbi</i>, edito in occasione del trentesimo anniversario del primo trapianto, è stato presentato ufficialmente <a href="http://airmail.calendar/2015-06-25%2012:00:00%20CEST">giovedì 25</a> giugno a Roma, nella prestigiosa sede del Senato della Repubblica Italiana (Palazzo Giustiniani, Sala Zuccari). Sono intervenuti il Senatore Questore Antonio De Poli; Ilaria Capua, virologa e ricercatrice, Vice Presidente Commissione Cultura Camera dei Deputati; il Professor Gino Gerosa, direttore del Centro Gallucci; l’editore Francesco Businaro, l’autore Gianfranco Natoli e il figlio del Professor Gallucci, Stefano Gallucci.</p>
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		<title>La formula vincente.</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 15:05:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La vita in accelerazione di Vincenzo Gallucci, con i sogni sempre proiettati un po’ più in là, può solo essere un esempio di come può essere affascinante la vita di un pioniere, in questo caso in medicina. La passione prepotente, di cui lui stesso era imbarazzato perché impaurito che il suo talento non fosse sufficiente per [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La vita in accelerazione di Vincenzo Gallucci, con i sogni sempre proiettati un po’ più in là, può solo essere un esempio di come può essere affascinante la vita di un pioniere, in questo caso in medicina. La passione prepotente, di cui lui stesso era imbarazzato perché impaurito che il suo talento non fosse sufficiente per nutrirla e assecondarla, diviene ingestibile e lo spinge a fare delle scelte difficili e in controtendenza con le scelte di convenienza e di comodo. Non ho conosciuto personalmente Vincenzo Gallucci, ma se dovessi riassumere la sua avventura in tre parole, non avrei dubbi. Coraggio. Un uomo coraggioso al punto di prendere la propria vita in mano e trasformarla in un percorso di eccellenza, andando contro le consuetudini più volte: prima trasferendosi a Charlotte in Nord Carolina per imparare le basi del mestiere, spostarsi poi a Houston, Texas, nel più avanzato centro di cardiochirurgia del mondo, ripartendo da capo. Raggiunti i livelli di eccellenza che gli avrebbero permesso una carriera gloriosa e remunerativa negli Stati Uniti, decise poi di tornare in Italia, sapendo di dover ricominciare una terza volta, con la sua nuova professionalità come unica arma contro un sistema burocratizzato, immobile e poco incline al cambiamento, come quello italiano. Al coraggio si fonde la seconda parola: determinazione. Non solo è riuscito a portare a compimento il suo percorso formativo e di alta specializzazione, ma è riuscito anche a vincere le resistenze, le paure e le difficoltà oggettive dell’amministrazione pubblica nell’intraprendere un percorso complicato, innovativo e che per la sua stessa natura poteva fallire. Con la sua lucida determinazione è riuscito a portare un’innovazione totalmente rivoluzionaria in Italia, sia dal punto di vista delle prospettive per la sanità pubblica, sia dal punto di vista etico. Il trapianto di cuore. Tutto questo avrebbe potuto farlo altrove, e qui arrivo alla terza parola l’orgoglio, in questo caso un orgoglio incandescente, nascosto sotto una coltre di riservatezza e di modestia che lo hanno spinto a voler raggiungere quei risultati nel suo Paese, in Italia. La passione è una forza travolgente, che di fatto si manifesta come una riserva energetica infinita e a volte debordante. Se, sulla passione che alimenta l’innamoramento per la propria professione si innestano il coraggio, la determinazione e l’orgoglio, la pianta che nascerà, svilupperà radici forti e profonde, un tronco solido, rami grossi e ben orientati, foglie rigogliose. L’albero però, dovrà resistere al vento, al gelo e alle piogge torrenziali. Tutto questo per produrre frutti che conterranno i semi, i quali altro non sono che le speranze e la guarigione dei pazienti, ma anche i sogni delle nuove generazioni di medici che vedono in lui un’eccellenza possibile nella sanità pubblica. Al coraggio si fonde la seconda parola: determinazione. Non solo è riuscito a portare a compimento il suo percorso formativo e di alta specializzazione, ma è riuscito anche a vincere le resistenze, le paure e le difficoltà oggettive dell’amministrazione pubblica nell’intraprendere un percorso complicato, innovativo e che per la sua stessa natura poteva fallire. Con la sua lucida determinazione è riuscito a portare un’innovazione totalmente rivoluzionaria in Italia, sia dal punto di vista delle prospettive per la sanità pubblica, sia dal punto di vista etico. Il trapianto di cuore. Tutto questo avrebbe potuto farlo altrove, e qui arrivo alla terza parola l’orgoglio, in questo caso un orgoglio incandescente, nascosto sotto una coltre di riservatezza e di modestia che lo hanno spinto a voler raggiungere quei risultati nel suo Paese, in Italia. La passione è una forza travolgente, che di fatto si manifesta come una riserva energetica infinita e a volte debordante. Se, sulla passione che alimenta l’innamoramento per la propria professione si innestano il coraggio, la determinazione e l’orgoglio, la pianta che nascerà, svilupperà radici forti e profonde, un tronco solido, rami grossi e ben orientati, foglie rigogliose. L’albero però, dovrà resistere al vento, al gelo e alle piogge torrenziali. Tutto questo per produrre frutti che conterranno i semi, i quali altro non sono che le speranze e la guarigione dei pazienti, ma anche i sogni delle nuove generazioni di medici che vedono in lui un’eccellenza possibile nella sanità pubblica. La passione ce l’hai dentro, ci nasci, ma non basta. Sono altre le qualità che devi coltivare per concretizzare il tuo sogno, che si trova sempre un po’ più in là. Pionieri in sanità pubblica non si nasce, ma si diventa. Vincenzo Gallucci è stato uno di loro. Dal racconto della vita di Vincenzo Gallucci, traspare come lui fosse un uomo normale, con i dubbi e le perplessità di una persona che vuole sfidare il sistema, e che vuole farlo nel suo Paese, nonostante sia consapevole che sarà un percorso tutto in salita. <em>Oggi assistiamo ad un affaticamento delle nuove generazioni di ricercatori in campo biomedico, non solo, essi sono spesso schiacciati in un ambiente ingessato ed antimeritocratico che non gli permette di spiccare il volo. I migliori cercano opportunità all’estero, e spesso ci rimangono – depauperando il Paese dell’oro grigio – che non è certo una risorsa rinnovabile perché ogni cervello è unico, e in questo campo non si può applicare di certo “l’uno vale l’altro”.</em></p>
<p><strong>La ricetta di Vincenzo Gallucci, coraggio, determinazione e orgoglio, oltre ad essere la formula che gli ha permesso di raggiungere traguardi di assoluta eccellenza, dovrebbe essere uno spunto di riflessione per le giovani generazioni che l’Italia ha cresciuto e istruito. Così come è vero che il cambiamento di un sistema ancorato al passato è lento e difficile, è altrettanto vero che il cambiamento non avviene spontaneamente, ma grazie a forze che spingono da più direzioni e che portano con se il vento del coraggio, della determinazione e dell’orgoglio. Ed è proprio questo vento che può spazzare via le consuetudini obsolete per lasciar spazio ad una trasformazione di cui l’Italia sarebbe capace, se solo lo desiderasse veramente. Come fece Vincenzo Gallucci.</strong></p>
<p><em>di Ilaria Capua</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Ilaria Capua, </em><em>medico veterinario, virologa, è nota soprattutto per i suoi studi sui virus influenzali </em><em>e in particolare sull’ influenza aviaria. La sua decisione di rendere pubblica </em><em>la sequenza genetica del virus dell’aviaria, ha permesso lo sviluppo della cosiddetta scienza </em>open source<em>. </em><em>Eletta mente rivoluzionaria, è stata inserita nell’elenco dei scienziati top </em><em>di «</em>Scientific American<em>».</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Quel giorno tutto cambia&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 13:07:01 +0000</pubDate>
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		<title>Il Ciao di Francesco</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 13:03:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dei genitori si aspetteranno sempre di vedere qualche tratto del carattere del loro figlio, qualche segno della sua personalità, nell&#8217;uomo che ne ha ricevuto un organo. Anche noi ci eravamo illusi, per poi renderci conto che il cuore non è la sede dei sentimenti, come vorrebbero le credenze popolari e il senso comune, ma è solamente [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>D<em>e</em><em>i genitori si aspetteranno sempre di vedere qualche tratto del carattere del loro figlio, qualche segno della sua personalità, nell&#8217;uomo che ne ha ricevuto un organo. Anche noi ci eravamo illusi, per poi renderci conto che il cuore non è la </em><em>s</em><em>e</em><em>d</em><em>e dei </em><em>s</em><em>e</em><em>ntimenti, come vorrebbero le credenze popolari e il senso comune, ma è solamente un muscolo.</em></p>
<p><strong>Francesco Busnello aveva appena 18 anni</strong> quando, suo malgrado, è passato alla storia come il primo donatore di cuore italiano. Francesco non era un ragazzo come tutti gli altri. Primogenito di tre fratelli, Eleonora di 10 anni e ed Enrico di 16, frequentava la V B meccanici all&#8217;Itis Fermi di Treviso. Da poco rieletto rappresentante all&#8217;interno del Consiglio di Istituto, era uno di quelli sempre in prima fila, molto attivo nel coordinamento studentesco. In prima fila anche nel suo impegno da cristiano. Come catechista insegnava religione ai bambini della parrocchia di Santa Bona. Scout da sempre, era cresciuto dividendosi tra scuola, chiesa e sport, visto che giocava a pallamano con l&#8217;Associazione di Treviso. Abitava con i genitori Giovanni e Marina, il fratello e la sorella, a Treviso, in via Bezzeca. E a casa stava tornando quando a Vascon, la sera di venerdì 8 novembre 1985, con il suo Ciao, il motorino preferito dai ragazzi italiani dagli anni Sessanta fino agli anni Ottanta, non si ferma a un incrocio male segnalato ed è investito in pieno da un&#8217;auto. La mancanza di casco, non obbligatorio all’epoca, fa il resto. Poi la corsa all’ospedale “Ca’ Foncello”, la lunga attesa, l&#8217;intervento al cervello per rimuovere l&#8217;ematoma che si era procurato nel violento impatto. Infine il progressivo peggioramento, la morte cerebrale, la donazione, alle ore 23 del 13 novembre 1985. Un gesto, quello della famiglia Busnello che ha permesso all’Italia di fare un grande balzo sotto il profilo medico, sociale e umano.</p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Francesco-Busnello.jpg"><img class=" size-medium wp-image-299 alignleft" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Francesco-Busnello-300x212.jpg" alt="Francesco Busnello" width="300" height="212" /></a></p>
<p><em>I sei giorni in rianimazione di Francesco sono stati per tutti noi, genitori e fratelli, sei giorni di tormento e di smarrimento vissuti con la speranza che potesse esserci una ripresa. La nostra fede ci ha dato la speranza in un miracolo, che abbiamo chiesto con insistenza. È stata anche una fase nella quale abbiamo sperimentato un rapporto nuovo con i medici: credo sia stato uno degli aspetti determinanti per la scelta che abbiamo fatto. Il rapporto è stato costante, l’ informazione molto puntuale per cui abbiamo avuto la consapevolezza di cosa stesse succedendo a nostro figlio e quali potessero essere anche gli esiti. Quello che ci ha creato quasi il panico è stato il titolo del giornale di quel giorno, di quel 13 novembre, che annunciava: Trapianto di cuore, oggi si può. Questo era il titolo a tutta pagina del giornale che avevo letto la mattina, e quando hanno telefonato dall’ospedale per invitarci a un colloquio, ci siamo andati con il cuore in tumulto, perché temevamo che ci chiedessero veramente di dare la disponibilità al prelievo. E infatti così è stato. È un po’ difficile descrivere quali sono le sensazioni di una persona o una famiglia che vive in situazio- ni come quelle, che sono insieme di disperazione e sconforto </em><em>m</em><em>a anche </em><em>d</em><em>i sconfitta e impotenza. Il contesto esterno non aiuta. In quei giorni alcuni conoscenti, e qualche amico, ci hanno avvicinato per dirci che non avrebbero avuto il coraggio di autorizzare il prelievo degli organi, altri che sarebbe stato opportuno non farlo, perché esprimere il consenso alla donazione voleva dire chiudere ogni speranza. Ma noi avevamo capito, ed ecco perché ritengo che il rapporto con i medici sia stato determinante, perché non c’era più speranza per Francesco e quindi dovevamo mettere insieme tutti i ricordi e fare appello a tutte le energie per capire se Francesco avrebbe fatto una scelta di questo genere. Direi che tutti i comportamenti, lo stile di vita di nostro figlio è stata un esempio di altruismo e di socialità. Questo ci ha dato la forza per dare il nostro consenso. Quell’esperienza l’abbiamo vissuta in maniera anomala perché era il primo trapianto di cuore in Italia, perché era un evento che è andato su tutti i giornali, sono arrivate le televisioni e, quindi, non abbiamo potuto vivere il momento con il riserbo che normalmente dovrebbe esserci in situazioni analoghe, anche se devo riconoscere che una parte dei giornalisti è stata discreta, e perciò abbiamo vissuto senza affanni anche il disagio provocato da tutto questo clamore. Abbiamo poi saputo subito chi fosse il destinatario della donazione e abbiamo intrapreso dei rapporti relazionali umani con Ilario Lazzari e con la sua famiglia. Abbiamo vissuto anche una fase, chiamiamola così, un po’ difficile per noi, perché nella nostra cultura il cuore è la sede dei sentimenti. Nonostante la positività del rapporto con Ilario è maturata in noi la convinzione che sarebbe più opportuno che la famiglia del donatore non conoscesse mai il ricevente, e viceversa. Non dico che debba essere per tutti così, ma credo che ci sono molti fattori di cui si potrebbe parlare che portano a questa considerazione. </em><em>D</em><em>o</em><em>ver </em><em>s</em><em>c</em><em>egliere </em><em>i</em><em>n momenti drammatici, come quelli che abbiamo vissuto noi, senza un’adeguata preparazione preventiva, una conoscenza adeguata, è un altro degli aspetti che ci ha fatto riflettere. Ritengo sia necessario avere le informazioni adeguate  non solo nel momento dell&#8217;evento tragico, ma prima che questo avvenga; quindi l’opera delle associazioni che sensibilizzano sul tema dei trapianti ricopre un ruolo fondamentale, un ruolo essenziale e dovrebbero tutti, giovani e meno giovani, essere informati per poter avere la consapevolezza della scelta che si può fare nel momento in cui non c’ è più speranza per noi o per i nostri cari. Credo che questo sia l’aspetto da valorizzare, questo è un impegno per tutti, è un impegno per le istituzioni, le quali devono sostenere e valorizzare queste risorse. Nostro figlio aveva scritto alcuni pensieri sul significato della vita. Mi piacerebbe ricordare Francesco con le sue stesse parole legate ad alcune riflessioni: «La vita non può essere completa se non ha una meta e questa può essere una nostra scelta seguendo la nostra vocazione.»</em></p>
<p>In ospedale fu lo stesso Giovanni Busnello, papà di Francesco, a chiedere se ci fosse l’intenzione di espiantare anche il cuore. «Non ci è ancora arrivata alcuna comunicazione» risposero im- preparati i medici. La determinazione del cardiochirurgo Carlo Valfrè a Treviso e del professor Vincenzo Gallucci a Padova fecero il resto. A Treviso il primo espianto di cuore d&#8217;Italia, a Padova il primo trapiantato.</p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Giovanni-Marina-Busnello.jpg"><img class=" size-medium wp-image-351 alignright" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Giovanni-Marina-Busnello-300x198.jpg" alt="Giovanni Marina Busnello" width="300" height="198" /></a></p>
<p><strong><em>M</em><em>i</em><em>a moglie ha sempre detto che lo rifarebbe </em>– spiega Giovanni – <em>Io sono stato lacerato dai dubbi: nessuno ci aveva preparato e l&#8217;ambiente ci ha insinuato il dubbio di una decisione presa con troppa fretta. Ma in ospedale i medici ci </em><em>h</em><em>anno </em><em>s</em><em>e</em><em>mp</em><em>r</em><em>e</em><em> spiegato molto chiaramente la situazione di Francesco. Espiantarono i tessuti e le cornee. Ma solo il cuore di Francesco è passato alla storia. Ne parlo con ragion veduta, per aver conosciuto e frequentato Ilario Lazzari. Noi tutti ci eravamo creati delle aspettative nei suoi confronti, pensando che una parte di nostro figlio continuasse a vivere in lui. Ma riconosco che è stata un&#8217;aspettativa ingiusta, che ha creato in noi solo disagio. E ho notato come lui nutrisse nei nostri confronti una specie di sudditanza, un sentimento di speciale riconoscenza come non dovrebbe essere. Anche questo sentimento è ingiusto. La Legge dovrebbe tenere riservata la destinazione degli organi espiantati.</em></strong></p>
<p>E conclude: <strong><em>Quando Ilario Lazzari morì, nel 1992, fu come perdere Francesco una seconda volta.</em></strong></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Doppio trapianto, primi al mondo!</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 13:01:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La grande esposizione mediatica del primo trapianto di cuore porta Padova al centro dell’interesse non solo dell’opinione pubblica, ma soprattutto della comunità scientifica. Il lavoro di Gallucci e del suo gruppo è di altissimo livello. La sua è una cardiochirurgia raffinata, innovativa, capace di superare spesso, per ricerca e risultati, quello che viene realizzato nei centri [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La grande esposizione mediatica del primo trapianto di cuore porta Padova al centro dell’interesse non solo dell’opinione pubblica, ma soprattutto della comunità scientifica. <em>Il lavoro di Gallucci e del suo gruppo è di altissimo livello. La sua è una cardiochirurgia raffinata, innovativa, capace di superare spesso, per ricerca e risultati, quello che viene realizzato nei centri ritenuti all’avanguardia, soprattutto americani.</em> La fama e la considerazione del cardiochirurgo mantovano tra i suoi colleghi così è enorme. È da tempo un punto di riferimento a livello europeo e mondiale. Tutti vogliono venire nel cuore del Veneto a operarsi, per grandi e piccoli interventi, per operazioni semplici e quelle più complesse. Tutti vogliono Gallucci, tutti ormai conoscono l’uomo dei sogni. La lista d’attesa di Cardiochirurgia si allunga a dismisura e da tutta Italia arrivavano richieste di inserimento, soprattutto per pazienti candidati al trapianto di cuore. Siamo nella primavera del 1986 e un cardiologo di Taranto invia a Padova un paziente complesso con precedenti infarti del miocardio multipli e con un cuore non più rivascolarizzabile. L’uomo, 45 anni, lamenta anche una severa e irreversibile insufficienza della funzione renale. Una condizione, quest’ultima, ritenuta una controindicazione assoluta al trapianto cardiaco. L’uomo è però determinato a non volersi arrendere a un destino altrimenti inevitabile e si aggrappa alla speranza di una nuova avventura: un trapianto contemporaneo, combinato, di rene e cuore. Fino a quel momento in tutto il mondo non era stato mai tentato nulla di simile. Non esiste pertanto neppure nessuna casistica su cui fare riferimento: è una sorta di salto nel buio e i rischi sono enormi. Non ci sono però alternative, operare, tentare quello mai provato, oppure perdere il paziente. Gallucci accetta la sfida e mormora un «andiamo avanti» accompagnato dal suo consueto e rassicurante mezzo sorriso.</p>
<p>Dopo qualche settimana si trova anche il donatore, una donna di Milano. <em><strong>È l’inizio di una nuova sfida portata avanti insieme ai chirurghi di Treviso guidati dal professor Tommaso Tommaseo Ponzetta, la cui équipe è autorizzata ai trapianti di rene</strong></em>. Anche in questa occasione Vincenzo Gallucci deve scontrarsi con la burocrazia. Al termine dell’incredibile intervento la Sovrintendenza sanitaria dell’Ospedale di Padova si sente in dovere di informare la Procura: Gallucci non ha l’autorizzazione al trapianto di rene, seppure di fatto all’operazione prende parte il gruppo di Ponzetta che ne è però abilitato. La vicenda si conclude nell’ufficio di Marcello Torregrossa, Procuratore capo della Procura di Padova. Gallucci riceve i complimenti di Torregrossa e l’invito «a non farlo più». Quanto realizzato a Padova è ancora oggi citato dalla letteratura nella chirurgia dei trapianti multipli.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La lettera del  Reuccio.</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 12:50:50 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Contributi]]></category>

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		<description><![CDATA[Roma 18 novembre 1985 Caro professor Gallucci è con immensa gioia che mi accingo a scriverle queste poche righe non appena si è diffusa la meravigliosa notizia del suo grandioso successo. Ella, caro Professore, ha saputo dare, coadiuvato dalla sua valida equipe, al nostro Paese quel meritato successo che un ritardo politico di ben quindici [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Roma 18 novembre 1985</strong></p>
<p><em>Car</em><em>o professor </em><em>G</em><em>allucci è con imm</em><em>e</em><em>n</em><em>s</em><em>a</em> <em>g</em><em>ioia che </em><em>m</em><em>i accingo a scriverle queste poche righe non appena si è diffusa la meravigliosa notizia del suo grandioso successo. Ella, caro Professore, ha saputo dare, coadiuvato dalla sua valida equipe, al nostro Paese quel meritato successo che un ritardo politico di ben quindici anni le aveva negato. Ma non è solo per questo che le ho scritto. Nel 1972, durante una mia tournée in Sudafrica, ebbi il piacere e l&#8217;onore di essere ricevuto dal dottor Barnard. Barnard stesso, dopo essere stato al mio concerto, mi invitò nel suo famoso ospedale. Fu allora, grazie alla mia naturale sensibilità e all&#8217; interesse che ho sempre avuto per i progressi della scienza, che decisi di diventare donatore. E, in seguito a questa mia volontaria decisione, mi feci una placca di quelle che si portano al collo, con la scritta in inglese, a mo&#8217; di testamento in caso di una mia disgrazia mortale. Oggi, in seguito a quanto è avvenuto in sede legislativa, anche in Italia è finalmente possibile effettuare trapianti. Pertanto trovo assurdo mantenere in piedi la mia donazione fatta a Barnard quindici anni fa. Di conseguenza sento il civico dovere di mettere a conoscenza lei, caro Professore, della mia nuova </em><em>d</em><em>e</em><em>c</em><em>isione di mettere lo stesso mio cuore di quindici anni fa (sanissimo allora com&#8217; è sanissimo oggi) in caso di morte al servizio della scienza e dei suoi rappresentanti più degni. Augurandoci buona salute e lunga vita, con tutta l&#8217;ammirazione e la stima voglia gradire i miei più sentiti ringraziamenti a nome di tutta l&#8217;umanità. Tutti noi abbiamo bisogno di uomini come lei. Buon lavoro e arrivederci</em></p>
<p><em><strong>Claudio Villa</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>È strano&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 11:30:17 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>I vetri sono offuscati, a malapena nascondono le punte degli alberi che continuano a rincorrersi. All’infinito. Il movimento è lento, segue un ritmo costante, accompagnato dal vento e da una nebbiolina che s’infila nell’unica finestra lasciata socchiusa. Serve a far uscire il fumo di sigaretta. Il telefono squilla. <em><strong>Il suono è forte, allungo la mano mentre mi ripeto che devo ricordarmi di abbassare la suoneria. È troppo alta e nel silenzio è come una fucilata. Come la notizia che mi arriva, secca: «È morto Gallucci».</strong></em><br />
<em>Guardo l’orologio, sono le 21.55 del 10 gennaio 1991. Al giornale, al mio giornale, diventa tutto improvvisamente tardi. Cambia la vita. Di milioni di persone. È strano come a volte situazioni, persone, luoghi, possano tornare improvvisamente alla mente. Il tempo tende ad appiattire, a sfumare i ricordi, mai a cancellarli. La morte riesce a sbiadire, ma è la vita che vince ogni qualvolta l’immagine di chi hai amato, stimato, ti riappare quando meno te lo aspetti. Il privilegio dell’età concede anche questo: il ritrovare inchiodati nella mente i compagni di viaggio che non ci sono più.</em></p>
<p>E allora hai bisogno di tornare indietro, di ripercorrere il passato affinché la memoria non cancelli vite meravigliose, uniche. Da consegnare alla storia per non perdere quel patrimonio di cultura, saggezza, sacrificio, rigore, che ha permesso a un’intera generazione di costruire con amore un mondo da lasciare ai propri figli, ai nipoti, a tutti coloro che immaginano la convivenza come un momento laico di dedizioni verso gli altri, di un passaggio verso Dio. Quando corri non hai tempo per guardarti indietro. Perdi i dettagli e la verità ti appare distorta. Bisogna invece fermarsi per recuperare, fare un viaggio a ritroso per ritrovare il senso della vita attraverso la vita altrui. Di coloro che hanno scritto la nostra storia, quella di buona parte del Novecento, percorso a una velocità incredibile. <em><strong>Vincenzo Gallucci è stato uno dei figli migliori del Secolo Breve, quello che ci regalato grandi lutti, grandi speranze per un futuro finalmente migliore. Quella che racconteremo non è solo la vita dello scienziato, del ricercatore, dell’immenso chirurgo, ma è soprattutto la storia dell’uomo, dei suoi sogni, delle sue battaglie, delle sue vittorie e sconfitte. Dei progetti dell’idealista, del realista e visionario che sognava una Cardiochirurgia proiettata al futuro e che guardasse al benessere primario dell’umanità, la ritrovata salute.</strong></em></p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Gallucci-copertina.jpg"><img class=" size-medium wp-image-403 alignleft" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Gallucci-copertina-300x219.jpg" alt="Gallucci-copertina" width="300" height="219" /></a></p>
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<p>C’è, dentro questa nostra Terza corsia, molto dell’Italia del secondo dopoguerra, fatto di voglia di vivere, di costruire, di cambiare. <em>Ma c’è pure lotta di potere, gelosie, invidie, cialtronaggine tipiche del nostro Paese che sembra avere una predisposizione naturale all’autolesionismo, al non comprendere i suoi figli migliori, arrivando ad emarginarli, impedendogli di compiere fino in fondo la loro missione. Vincenzo Gallucci è il simbolo della Terza corsia all’italiana, intesa come voglia di correre velocemente, per non perdere tempo, per arrivare primi senza mai lasciare nessuno indietro</em>.</p>
<p>È però anche la Terza corsia di un’autostrada, dei lavori infiniti andati ben al di là di Italia ‘90, lì dove un’auto si è schiantata portandoci via per sempre la guida più illuminata della nostra speranza, del nostro futuro migliore. Gallucci ha rappresentato tutto questo. Non è stato perciò solo l’immenso chirurgo capace di rendere tutto disarmante, facile, anche l’impossibile, è stato soprattutto il medico, il ricercatore dall’enorme prestigio internazionale, forse il più grande mai riconosciuto a un italiano. È stato pure un maestro, capace di scegliere i suoi allievi migliori, offrendo loro opportunità e occasioni senza mai risparmiarsi, senza mai dimenticare tutte quelle sofferenze che ha dovuto subire lui per imporsi. Sapeva riconoscere il talento, sapeva costruire i talenti.</p>
<p>Chi ha vissuto a Padova, da protagonista oppure da semplice testimone, gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, ha avuto la fortuna di partecipare a un grande progetto, condito da fermenti culturali, lotte politiche e sociali, rivoluzioni scientifiche. Eventi che si sono succeduti a un ritmo incalzante, regalando a tutti il senso della storia, del completamento di un grande disegno. È stato così per la Rosa dei Venti, le Brigate Rosse con i delitti di via Zabarella e dello Scaricatore, la liberazione di Dozier, la morte di Enrico Berlinguer, l’incredibile avventura del primo trapianto di cuore di Vincenzo Gallucci, in quella magica notte del 14 novembre 1985. Un film surreale dalle scene a volte sfumate, altre volte violente, dove morte e speranza si sono accavallate rendendo speciale la vita professionale di chi ha avuto la fortuna di raccontare, di testimoniare una città, un mondo che si stava rapidamente trasformando, lasciando nel cuore e nella mente la consapevolezza di aver incrociato, legato la propria vita, a quella di personaggi straordinari. Come Vincenzo Gallucci.<a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Gallucci.jpg"><img class=" size-medium wp-image-374 alignright" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Gallucci-300x270.jpg" alt="Gallucci" width="300" height="270" /></a></p>
<p>Lo ha ricordato papa Paolo VI nel 1978, pochi mesi prima di morire:</p>
<p><em>Vivere nella società non è oggi sempre piacevole; ci sono le tasse, ci sono le leggi, ci sono tanti scandali, c’ è una maniera di vivere che sembra quasi disturbare chi vuol vivere tranquillo e onesto. Dobbiamo invece vivere uniti agli altri </em><em>a</em><em>n</em><em>che se </em><em>q</em><em>u</em><em>e</em><em>s</em><em>t</em><em>a</em> <em>n</em><em>o</em><em>n è </em><em>s</em><em>e</em><em>m</em><em>p</em><em>r</em><em>e</em> <em>u</em><em>n</em><em>a maniera facile e comoda di esistenza.</em></p>
<p><em><strong>Già, il bisogno di non disertare moralmente e non scioperare civilmente lo dobbiamo sentire dentro. Non possiamo limitarci solo a sopravvivere. Per riuscirci c’è anche bisogno di non perdere il contatto con la realtà, con la parte migliore del nostro passato. Con Vincenzo Gallucci che Padova sembra aver dimenticato, relegandolo in una targa confinata in un insignificante passaggio stradale di periferia. Neppure l’onore di una via, di una piazza all’uomo dei sogni.</strong></em></p>
<p><em>G</em><em>ianfranc</em><em>o</em> <em>N</em><em>a</em><em>t</em><em>oli</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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