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	<title>Vincenzo Gallucci &#187; Quella notte</title>
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	<description>Non ho dubbi.</description>
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		<title>Che notte quella notte!</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 15:00:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La notte è ricca di magìe. Allunga le ombre e con esse an-che la realtà assume un’altra dimensione. Così come i ricordi. Gli eventi più straordinari forse diventano tali nell’immaginario collettivo proprio perché sono vissuti di notte. Lo sbarco sulla Luna, per noi italiani, sarebbe stato lo stesso se fosse accaduto con il pieno abbagliante sole? La [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La notte è ricca di magìe. Allunga le ombre e con esse an-che la realtà assume un’altra dimensione. Così come i ricordi. Gli eventi più straordinari forse diventano tali nell’immaginario collettivo proprio perché sono vissuti di notte. Lo sbarco sulla Luna, per noi italiani, sarebbe stato lo stesso se fosse accaduto con il pieno abbagliante sole? La straordinarietà dell’evento, di quel 14 novembre 1985, è accresciuta da un senso di mistero, di profetico che si mischia allo sconosciuto che solo in pochi sono in grado di interpretare. Come quelle donne e quegli uomini in camice azzurro che si muovono a passi impercettibili, così come i loro gesti, che fluttuano nell’aria resa ancora più opprimente da un’umidità che tutto avvolge, rendendo l’ambiente circostante ancora più magico, ancora più etereo. Ci sono eventi che restano nell’immaginario collettivo, ma intimo di un popolo, di una nazione, di una città. Il tempo poi inevitabilmente ci priva dei protagonisti, anche dei testimoni. <em><strong>La notte tra il 13 e il 14 novembre 1985 è rimasta nell’anima dell’intera Padova. E non stupisca se poi, quindici anni dopo, in occasione di un referendum a ridosso del 2000, alla fine del Novecento, proprio il professor Vincenzo Gallucci è stato votato come il padovano del secolo, come colui che maggiormente ha inciso nella storia, nelle glorie del suo popolo.</strong></em></p>
<p>È stata una notte irreale quella del 14 novembre 1985, difficile da descrivere, perché consumata in un luogo che nulla ha di simile a tanti set cinematografici e televisivi che le fiction degli anni a venire ci hanno poi regalato in così larga serie. Nulla da medici in prima linea, niente a che vedere con la raffigurazione del dio medico capace di capire, interpretare, e pertanto sconfiggere, la morte. I corridoi, gli scantinati, che avvolgono le sale operatorie di Cardiochirurgia del Policlinico di Padova, assumono contorni irreali. Ogni ombra, ogni strumento, ogni apparecchiatura ab- bandonata assumono sembianze spettrali. Dentro ci sono quelli che stanno scrivendo la storia, gli altri tutti fuori a far da testimoni passivi, ma partecipi. Servono entrambi. Il protagonista e lo spettatore, per una volta sono uniti dallo stesso destino, vivendo di luce riflessa.</p>
<p>Nonostante l’apparente calma, l’intero ospedale sa. È a conoscenza che qualcosa di fantastico sta per avvenire. Del resto il lungo tira e molla che ha scandito le ore dei giorni precedenti è stato vissuto da tutti come un inevitabile, quanto estenuante, passaggio verso la storia. Dio lo vuole. Ha incastrato magistralmente i mattoncini della vita.</p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Francesco-Busnello.jpg"><img class=" size-medium wp-image-299 alignleft" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Francesco-Busnello-300x212.jpg" alt="Francesco Busnello" width="300" height="212" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Ha scelto il ragazzo più bello, più forte, più generoso e lo ha trasformato nel donatore ideale</em>.</strong> A Treviso, in sala operatoria, al fianco di Gallucci, c’è anche Carlo Valfrè, uno degli allievi prediletti, al quale è demandato il compito di aprire il torace di quel ragazzo così pieno di vita, di così tanta umanità e di voglia di aiutare gli altri. Sul cadavere di Francesco sono recise l’aorta, l’arteria polmonare, le quattro vene polmonari e le due vene cave. Tutta l’operazione dura appena sei minuti. Gallucci vuole al suo fianco Giuseppe Faggian, il quale scandisce i tempi dell’intervento come previsto dai quei protocolli così tanto studiati, così tanto curati nei minimi particolari. Nulla deve essere lasciato al caso e la tempistica è eccezionalmente rispettata. Il cuore di Francesco, così giovane, si contrae in maniera vigorosa, è imballato in un contenitore di plastica, immerso in un liquido congelato, acqua e ghiaccio. La soluzione cardioplegica e il trasferimento in sacchetti contenenti soluzione fisiologica a 4° centigradi permette all’organo di resistere in simili condizioni per circa quattro ore, un margine sufficiente per completare il trasferimento fino a Padova. Il cuore dentro il piccolo frigorifero è ora nelle mani di Gallucci che lo appoggia sulle sue ginocchia. Alle 3.10 un’anonima Mercedes grigia si muove dal “Ca’ Foncello”: alla guida Giovanni Stellin, al suo fianco Gallucci, dietro Giuseppe Faggian. Il corteo è aperto e chiuso da due pattuglie della Polizia Stradale a far da scorta, ad accompagnare quel procedere deciso verso un altro ospedale, il Policlinico di Padova dove c’è già un uomo con il petto aperto: è Lazzari. È una serata nebbiosa con il manto stradale viscido, reso scivoloso da una nebbia ghiacciata che si deposita sull’asfalto. Il destino si sta compiendo anche se un altro piccolo brivido è concesso a una scenografia che ha ritmi cadenzati. La Mercedes prima di imboccare l’autostrada che porta poi alla fettuccia di Mestre, e da lì sulla Serenissima, ha una leggera sbandata. È solo un attimo, superato da sorrisi che però tradiscono la tensione, la consapevolezza dell’essere a un passo dal cambiare i destini di migliaia di italiani. Intanto Ilario a Padova è messo in circolazione extracorporea, gli tolgono il muscolo cardiaco. Non si tratta di rimuoverlo completamente, bensì si asporta a livello di atri, lasciando in sede sia la parte posteriore che quella delle pareti. Detto volgarmente non si tratta dunque di una sostituzione completa, ma di innestare il cuore nuovo su quella che è chiamata placca atriale.</p>
<p>Il reparto di Cardiochirurgia è già sprangato dalla mezzanotte. Agenti di Polizia e Carabinieri diretti dall’ispettore Quaresima, bloccano chiunque voglia entrare. L’arrivo di giornalisti da tutta Italia colora il clima delle sensazioni da grande evento. L’emozione prende anche chi non è coinvolto in prima persona. Infermieri e barellieri confermano in presa diretta. Avvicinarsi al reparto è impossibile, figurarsi alla sala operatoria. Le voci rimbalzano incontrollate. È mezzanotte, arriva anche l’avvocato Giorgio Fornasiero, presidente dell’Usl 21 di Padova. Con lui c’è il professor Luigi Diana, direttore sanitario. Tocca a loro il compito di informare, di tenere a bada la stampa. Il filo diretto Treviso-Padova è continuo e necessario. La tempestività è fondamentale. Scorrono i minuti, le ore, in un coordinamento perfetto. <em>Alle 2 di giovedì 14 novembre 1985 il segnale tanto atteso: Ilario è trasferito in rianimazione, accanto c’è la sala operatoria. Il petto è aperto da Alessandro Mazzucco e Uberto Bortolotti appena il cuore parte da Treviso, circa mezz’ora prima. L’androne del Policlinico si riempie di giornalisti, telecamere, fotoreporter. Decine di inviati, sembra di essere tornati ai tempi di Enrico Berlinguer e ancora una volta Padova è al centro del mondo. Alle 3.10 Francesco, il cuore di Francesco, come abbiamo detto lascia per l’ultima volta Treviso. All’arrivo al Policlinico di Padova il frigo portatile passa dalle mani di Faggian e Stellin al tavolo operatorio. Il rito del lavaggio precede l’inizio dell’intervento.</em></p>
<p><strong>Sono le 4, si comincia</strong>. Fuori un velo di foschia regala umidità e una leggera pioggerellina. L’ospedale dorme, in una sala operatoria medici e infermieri in verde stanno compiendo un miracolo. Ad accompagnarli c’è la musica, le note di Beethoven, quelle preferite da Gallucci, che avvolgono uomini, donne e oggetti, speranze e sogni, dolore e scienza. Le mani di Gallucci si muovono come un maestro d’altri tempi, come un mago, un illusionista che riesce a incantare. Ma la sua è una magìa intrisa di scienza e sapienza. Accanto al maestro ci sono Mazzucco e Bortolotti. Alla testa del letto operatorio una lista con la sequenza dei passaggi che Carlo Sorbara e Giuseppe Faggian scandiscono con intenza attenzione. Attorno, fuori, c’è l’attesa, i giornalisti che vagano tra corridoi silenziosi e ambulatori sprangati, alla ricerca delle macchinette del caffè. Bisogna far passare la nottata.</p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Gallucci-Mazzucco.jpg"><img class=" size-medium wp-image-302 alignright" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Gallucci-Mazzucco-300x208.jpg" alt="Gallucci Mazzucco" width="300" height="208" /></a></p>
<p>Dentro, nella sala operatoria dove si sta compiendo il miracolo della vita che toglie alla morte per restituire alla vita, si procede con fasi chirurgiche composte, non concitate, condotte con geo- metrica precisione. Il cuore di Francesco è suturato con le pareti atriali e collegato con l’arteria polmonare e l’aorta, per ristabilire la circolazione coronarica. Poi è espulsa l’aria dalle cavità cardia- che. Il cuore di Francesco risulta più piccolo di un quarto rispetto a quello di Ilario, creando qualche problema. Del resto Busnello pesa 70 chili, Lazzari 85. <strong>Ma, miracolosamente, il cuore nuovo di Ilario riparte spontaneamente a ritmo sinusale, senza bisogno di stimolo elettrico al primo battito la perfusionista Luigina Stievano non sa trattenere un applauso. Gallucci, che ha usato la tecnica messa a punto dai colleghi cardiochirurghi di Pittsburg, finalmente ha vinto le sue tante battaglie.</strong> Il petto di Lazzari è chiuso da Mazzucco, Bortolotti e Faggian. Il vecchio cuore di Ilario, che ancora batte in maniera vermicolare, è appoggiato in una bacinella e consegnato a Gaetano Thiene e Mauro Paggetta che si spostano all’Istituto di Anatomia Patologica, piazzata oltre l’ospedale Giustinianeo. Per la prima volta un patologo italiano ha in mano il cuore di una persona viva e, per la prima volta nella storia, l’Istituto di Anatomia Patologica di Padova resta illuminato tutta la notte per un trapianto. La fissazione in formalina del cuore di Lazzari, con iniezione diretta nelle arterie coronariche, è effettuata da Paggetta.</p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Ilario-Lazzari-01.jpg"><img class=" size-medium wp-image-312 alignleft" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Ilario-Lazzari-01-203x300.jpg" alt="Ilario Lazzari 01" width="203" height="300" /></a></p>
<p><em>Il vecchio cuore di Ilario pesa ben 850 grammi, è sezionato in quattro camere, appare come una classica miocardiopatia dilatativa con estrema dilatazione biventricolare. Il patologo padovano preleva il fascio di His per l’indagine ultrastrutturale, oltre che istologica. Dal punto di vista medico è riscontrata una gravissima atrofia delle fibre del tessuto di conduzione alla biforcazione, come classicamente osservato nei blocchi atriovetricolari acquisiti. In quelle condizioni il cuore avrebbe potuto continuare a battere solo per poche settimane ancora.</em></p>
<p>Mentre Thiene e Paggetta compiono gli accertamenti, il gruppo di Gallucci lascia la sala operatoria. È concesso il piacere di un brindisi, prima di trovarsi di fronte alla decina di giornalisti che hanno bivaccato tutta la notte in attesa di notizie. La grandezza di Gallucci non si smentisce. <em><strong>Lui, l’uomo capace di grandi sogni, chirurgo immenso dal grande prestigio internazionale, è riuscito a creare degli allievi sui quali ha puntato per il suo grande progetto del visionario realista. In tutto quindici persone partecipano allo storico evento. Oltre al professor Vincenzo Gallucci, all’epoca 50 anni, anche l’Aiuto Alessandro Mazzucco (Venezia, 41 anni), gli assistenti Uberto Bortolotti (Udine, 37 anni), Giovanni Stellin (Treviso, 36 anni) e Giuseppe Faggian (Padova, 33 anni). Tre gli anestesisti: Gianpiero Giron (Padova, 51 anni), Carlo Sorbara di Treviso e Maurizio Dan (Mirano, 35 anni), Francesco Cirillo di Soverato. L’équipe è completata da due strumentisti: Elisabetta Cattelan (Vicenza) e Franco Bano (Padova). Anche due i perfusionisti. Amedeo Voltan e Luigina Stievano. Infine la caposala Nuccia Luisetto (Padova) e l’infermiere di sala Mario Borgato (Padova).</strong></em></p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Sala-operatoria-01.jpg"><img class=" size-medium wp-image-307 alignright" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Sala-operatoria-01-300x198.jpg" alt="Sala operatoria 01" width="300" height="198" /></a></p>
<p>Il primo trapianto di cuore in Italia dura in totale appena tre ore. Alle 7 mattino del 14 novembre 1985 il cuore nuovo infilato nel petto di Ilario funziona perfettamente, consentendo di tornare alla circolazione normale. Alle 11 Lazzari si sveglia, per lui inizia una vita nuova, esaltante, drammatica. A seguirlo fin dal primo momento c’è Faggian. Il loro rapporto è speciale. Se Ilario per Gallucci ha un’autentica venerazione, in Faggian ha stretta confidenza e appena apre gli occhi gli confida di sentirsi un leone e ha voglia di una pasta asciutta. Gli angeli custode di Lazzari tornano a casa dopo due giorni trascorsi ininterrottamente in Terapia Intensiva, al fianco del primo trapiantato di cuore italiano. C’è da impostare la terapia e seguire il paziente fino allo svezzamento dal respiratore. Il decorso post-operatorio del falegname di Vigonovo non si dimostra semplicissimo. Quattro fialette rosse, contenenti un siero antilifocitario prodotto iniettando linfociti umani nei cavalli e inviati da Charles Bibier da Stanford, producono a Ilario una reazione allergica. Lazzari è anche costretto a un successivo ricovero al Policlinico di Milano per una epatite. Probabilmente è qui, oppure successivamente quando torna per un ulteriore ricovero al Policlinico di Padova, che gli è praticata una trasfusione con sangue infetto. Insieme a lui a essere colpita dal virus dell’HIV, anche una ragazza. Le sacche hanno l’identica provenienza, il Centro Trasfusionale di Milano da dove all’epoca solitamente arrivavano, ma anche da Verona, gran parte delle donazioni per l’ospedale di Padova.</p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Gruppo-sala.jpg"><img class=" size-medium wp-image-309 alignleft" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Gruppo-sala-300x198.jpg" alt="Gruppo sala" width="300" height="198" /></a></p>
<p><em>Il destino non farà sconti a nessuno dei tre maggiori protagonisti del primo trapianto di cuore italiano. Non è stato certo benevolo con Vincenzo Gallucci, morto a 55 anni in un incidente stradale vicino Verona la sera del 10 gennaio 1991. Sofferenze non sono state risparmiate neppure al ministro Costante Degan, stroncato a Mestre a 58 anni da un tumore ai polmoni la mattina del 1 luglio 1988. Lui che si era battuto contro il fumo delle sigarette con caparbietà, ostinazione e convinzione profonda. Una battaglia portata avanti nell’interesse collettivo, a colpi di leggi ma anche con la forza, paziente e tenace, della persuasione, che era una delle sue caratteristiche. Infine il destino non è stato certo buono con Ilario Lazzari, morto a 46 anni a Padova, il 12 giugno 1992, per colpa di quella trasfusione di sangue infetto fatta nelle settimane subito successive al suo trapianto di cuore. A stroncarlo un’infezione polmonare, figlia della maledizione del secolo, l’Aids.</em></p>
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		<title>Il primo trapianto in Italia ha inizio.</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 14:58:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Padova. Si mobilitano un po’ tutti, ognuno per le rispettive competenze, dal Sovrintendente sanitario Luigi Diana al presidente dell’Usl 21 Giorgio Fornasiero, al Centro Trasfusionale diretto dal professor Giuseppe Ongaro e poi naturalmente il gruppo di Gallucci e tutti gli altri medici coinvolti, a cominciare dall’anestetista, il professor Gianpiero Giron. Parte una telefonata con relativa [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Padova</strong>. Si mobilitano un po’ tutti, ognuno per le rispettive competenze, dal Sovrintendente sanitario Luigi Diana al presidente dell’Usl 21 Giorgio Fornasiero, al Centro Trasfusionale diretto dal professor Giuseppe Ongaro e poi naturalmente il gruppo di Gallucci e tutti gli altri medici coinvolti, a cominciare dall’anestetista, il professor Gianpiero Giron. Parte una telefonata con relativa elencazione dei parametri antropometrici ed emodinamici di Francesco Busnello e di Ilario Lazzari, potenziale donatore e potenziale ricevente. La risposta è confortante: <em>«Go on the matching is good and the transplant will be succesful!» </em>Il commento di Phil Oyer è riferito a Gallucci. Ai chirurghi di Treviso, e in particolare al professor Ambrosi, è comunicato che il gruppo di Padova è disponibile al prelievo di cuore.</p>
<p><strong>Una cosa è ormai certa: Lazzari è il candidato numero uno a ricevere il cuore. A Ilario non dicono niente per non agitarlo, per non correre il rischio di fargli vivere la delusione patita quindici giorni prima.</strong></p>
<p>Milano. Dal Nitp la conferma. La dottoressa Claudia Pizzi esegue tutte le analisi di compatibilità e comunica che è tutto a posto, il trapianto è tecnicamente possibile.</p>
<p>Treviso. Ambrosi fa sapere a Gallucci che sul corpo di Francesco Busnello è previsto anche il prelievo dei reni e che prima del cuore bisogna eseguire la laparotomia e isolare i reni. La complicazione però potenzialmente può compromettere le condizioni emodinamiche del donatore e Gallucci chiede ad Ambrosi di soprassedere al prelievo dei reni. Si decide di procedere con il solo cuore. Oggi una situazione del genere non sarebbe accettabile, tanto più che in un donatore sono prelevati contemporaneamente più organi. Sembra però una maledizione, ma all’orizzonte appare l’ennesimo intoppo burocratico. L’ospedale “Ca’ Foncello” non è autorizzato dal Ministero della Sanità a compiere operazioni di prelievo. L’ostacolo può essere superato solo con un’autorizzazione firmata dalla Procura della Repubblica. Si intrecciano le telefonate, si cerca affannosamente il Procuratore. I medici continuano a tenere sotto controllo il movimento enzimatico di Francesco. È preparata la sala operatoria. In caso di autorizzazione del magistrato bisogna essere pronti ad operare. Il cuore deve essere trasportato a Padova in breve tempo, in meno di due ore. L’organo deve essere conservato in una sorta di cappelliera a tenuta stagna. Dentro un sacchetto di plastica è immesso liquido congelante, acqua e ghiaccio. La temperatura va mantenuta leggermente sopra lo zero. Il periodo di osservazione di dodici ore scade alle 23, solo allora si può riunire la commissione composta da un medico legale, da un anestetista rianimatore e da un neurologo esperto in elettroencefalogramma. I dottori Dagnotti, Pozzobon e Spino devono esprimere un giudizio unanime sull’avvenuta morte del candidato donatore.</p>
<p><em><strong>È l’ultimo atto di una lunga fase di preparazione. Quando è superato il termine legale si inizia con il prelievo del cuore dal corpo di Francesco. Sono le ore 23.15, l’avventura del primo cuore trapiantato in Italia ha inizio. Milano esce di scena, adesso l’asse è tutto tra Treviso e Padova. È qui, nella città del Santo, che si giocherà la partita più delicata. L’Italia intera, grazie ai media nazionali, va a dormire cosciente che si sta consumando un evento storico e straordinario per il nostro Paese.</strong></em></p>
<p>Per un pugno di uomini e donne sarà la notte della vita.</p>
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		<title>Giornate concitate.</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 14:41:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Venerdì 8 novembre. A Treviso, in via Bezzecca, a casa di Giovanni Busnello stanno aspettando il ritorno del loro Francesco, 18 anni, il primogenito dei loro tre figli. Ma Francesco non tornerà mai più a casa. A bordo del suo motorino Ciao non si ferma a un incrocio segnalato male ed è travolto da un’auto. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Venerdì 8 novembre. A Treviso, in via Bezzecca, a casa di Giovanni Busnello stanno aspettando il ritorno del loro Francesco, 18 anni, il primogenito dei loro tre figli. Ma Francesco non tornerà mai più a casa. A bordo del suo motorino Ciao non si ferma a un incrocio segnalato male ed è travolto da un’auto. Lo portano all’ospedale “Ca’ Foncello” di Treviso dove lo operano al cervello per rimuovere il grande ematoma che ha riportato nella caduta. La famiglia di Francesco Busnello ancora non lo sa, ma drammaticamente sta entrando anch’essa nella storia del primo trapianto di cuore.</p>
<p>Lunedì 4 novembre-sabato 9 novembre. Una settimana che diventa così un calvario mediatico. Da tutte le parti è un susseguirsi di accuse, contraccuse, distinguo, precisazioni, chiamate fuori. Ma nella bagarre resta sempre Degan. Non c’è telegiornale, servizio televisivo che non si occupa della questione. E il quadro che ne esce è sempre più desolante. Inefficienza, incompetenza, cialtronaggine sono i termini più usati.</p>
<p>Sabato 9 novembre, ore 20. A un tavolino un po’ in disparte del <em>Do forni</em>, ristorante tipico nel cuore di Venezia, siedono due cardiochirurghi e due politici. Da una parte Vincenzo Gallucci con Giuseppe Faggian, dall’altra Costante Degan e Antonio Bogoni, quest’ultimo assessore alla Sanità della Regione Veneto. Al centro della discussione, il tema trapianti di cuore. E relativa autorizza- zione a procedere. La chiacchierata è lunga, Gallucci spiega motivazioni scientifiche e morali. Alla fine una stretta di mano. Degan si congeda con un «professore, mi ha convinto». A Venezia, quando manca poco perché la sera del sabato si affacci alla domenica, arriva dunque la storica svolta. L’Italia della cardiochirurgia che vuole finalmente recuperare il tempo perduto, è pronta a mettersi al pari dei più importanti Paesi del mondo.</p>
<p>Lunedì 11 novembre. A dare il via al progetto ci deve pensare il Consiglio superiore di Sanità che, è previsto, si deve riunire martedì 12 novembre, ma Degan non ne può più di stare sulla graticola delle polemiche. Prende tutti in contropiede e firma il decreto il giorno prima, lunedì 11. Ma, colpo di scena, le autorizzazioni riguardano solo Veneto e Lombardia. Il Lazio, Roma nello specifico, resta fuori. L’opinione pubblica, attraverso la stampa, fa decine di domande. Perché Degan ha firmato i decreti, anticipando di un giorno la decisione del Consiglio superiore di Sanità? Vuole finalmente dimostrare che sa prendere decisioni politiche senza essere prigioniero dei tecnici? E se lo ha fatto è dunque vero che può agire autonomamente e di conseguenza è una meschina scusa quella che doveva aspettare l’ok dei tecnici? E ancora: mettendo insieme Lombardia e Veneto vuole cercare di evitare le accuse di parzialità, lui che è di Venezia? Forse Degan è stato avvisato dagli esperti che il problema del sì agli otto poli avrebbe potuto conoscere ulteriori ritardi perché gli accertamenti da svolgere erano finiti, ma le relazioni erano solo all’inizio? E poi c’è quell’intervista a Ilario Lazzari che da quando è stata pubblicata è stata ripresa da tutti i media nazionali, diventando così una sorta di cartello, di atto d’accusa all’inefficienza politica e ai ritardi della burocrazia. Come dire, da una parte c’è il Paese reale con i suoi bisogni, dall’altra voi che vivete lontani anni luce dalle necessità dei cittadini. Questo un politico, per principio, non può accettarlo. Costante Degan ormai è accerchiato. Anche dopo la tanto attesa firma i media non mollano la presa. Il ministro, al mattino di lunedì 11 novembre, è intercettato all’ateneo di Venezia, dove seduto in prima fila assiste insieme all’altro ministro Visentini e al patriarca Marco Cè, alla consegna del premio Torta, il riconoscimento italiano più importante per il restauro. Premiato di eccezione il chirurgo della finanza Carlo De Benedetti, all’epoca presidente della società Olivetti. Il tono del cronista è incalzante. «Signor ministro, come mai il trapianto in sole due regioni italiane, Veneto e Lombardia?» «Semplice perché hanno fatto per prime la richiesta alla commissione di sanità.» «Il Piemonte non può protestare…» «Può fare richiesta alla commissione.» «È un problema anche di strutture?» «Certo, se sono in grado di fare i trapianti significa che hanno le strutture.»</p>
<p>«Allora il trapianto al cuore si poteva fare anche senza autorizzazioni?» «Avete la mania di drammatizzare tutto, di farne un dramma ad ogni costo.» «Non era necessaria una legge?»</p>
<p><em>L’ultima domanda resta nel vuoto. Il ministro non sente, la cerimonia è finita, bacia l’anello del patriarca, saluta le autorità e riparte verso Roma. Non prima, però, di aver spedito una lettera al Mattino di Padova, stavolta ufficiale, dove di fatto risponde alle accuse neppure tanto velate lanciate da Ilario Lazzari. Riproponiamo una sintesi del documento perché testimonia perfettamente il clima che si respirava attorno al problema dei trapianti di cuore in quel novembre del 1985, giusto giusto trent’anni fa.</em></p>
<p><strong>Scrive Costante Degan, ministro alla Salute dal 4 agosto 1983 al 1 agosto 1986:</strong></p>
<p><em>L</em><em>a vicenda umana del signor Lazzari è al di sopra di ogni singola polemica e merita la massima comprensione e umana solidarietà. Non tutto purtroppo si era fatto quando si manifestò l’emergenza per il signor Lazzari. Quello che manca sarà fatto al più presto, sempre nello spirito di servizio che ha animato la mia azione sin qui. Il mio dovere di Ministro è di fare quanto la legge consente di fare nel più breve tempo possibile, perché l’urgenza di chi aspetta impone la massima urgenza. Purtroppo (ma ovviamente) non potrò risolvere tutti i problemi della salute dei cittadini (il che del resto non è più compito del Ministro ma degli operatori sanitari), e mi auguro che, non solo alla mia famiglia, ma a tutti gli italiani sia risparmiato il dramma che al signor Lazzari è stato imposto di vivere.</em></p>
<p><em>Costante Degan, Ministro della Sanità.</em></p>
<p>Quel lunedì 11 novembre 1985 è tappa storica per i trapianti di cuore in Italia. Un dispaccio Ansa arriva alle telescriventi dei media. Il giornalista del «Mattino di Padova» che ha seguito tutta la vicenda si precipita in ospedale, da Gallucci e gli dà la notizia. Lo stupore è evidente. <em>M</em><em>a è proprio sicuro? Qui non è arrivato nulla, a noi non è stato detto niente. È proprio una sorpresa. Non capisco il motivo dei due decreti di autorizzazione al prelievo e al trapianto di cuore, perché hanno voluto mandare avanti il Veneto e la Lombardia, lasciando indietro di ventiquattro ore gli ospedali romani. Forse dietro ci sono problemi burocratici. In ogni caso per noi cambia poco. Eravamo pronti già da anni. Ora non resta altro che fare le cose con calma, aspettando il momento giusto. </em>Le poche parole sono scambiate davanti alla sala operatoria, dove c’è fermento. La notizia si propaga in pochi minuti. Anche i collaboratori di Gallucci si avvicinano, danno un’occhiata al dispaccio di agenzia. Grandi sorrisi, volti tranquilli. Ora, sembrano dire, si può finalmente cominciare. Inutile nasconderlo, anche se celata dalla professionalità, in tutti c’è soddisfazione ma anche un pizzico di sfiducia nei confronti dei politici. «Aspetto di leggere il decreto sulla «Gazzetta Ufficiale». È meglio andar cauti. Solo allora saremo veramente sicuri», afferma tranquillo Gallucci. Più emozionante e carico di risvolti umani, l’incontro con Ilario Lazzari, l’uomo in attesa di un cuore nuovo. Appena dieci giorni fa aveva già un piede in sala operatoria. L’intervento è saltato per il rifiuto di Degan a firmare il decreto ministeriale. «Era ora! In tutto questo tempo – confessa Ilario – non ho mai perso la speranza. Sono pronto ad andare sotto i ferri anche adesso. Il morale è buono, non posso dire lo stesso del motore», e indica una serie di fili che lo collegano ad una macchina che da un mese gli controlla il battito cardiaco e gli immette la necessaria dose di farmaci. Da tre anni soffre di una miocardiopatia dilatativa, una disfunzione che non perdona. Solo il trapianto può salvarlo. Per fortuna il quadro clinico è inalterato, le sue condizioni fisiche sono le stesse di quindici giorni fa. Anche questo è un miracolo: è riuscito a sopravvivere alla burocrazia. In pochi in Italia vantano un primato simile. Il suo cuore nuovo dovrebbe arrivare probabilmente dall’area Veneto-Friuli-Emilia Romagna. La fascia è stata decisa dopo una riunione, avvenuta nei mesi scorsi al Centro Trasfusionale e di Immunologia dei trapianti di Milano diretto dal professor Girolamo Sirchia che qualche anno dopo diventerà lui stesso ministro alla Sanità e al quale si deve la grande iniziativa del divieto di fumo nei locali pubblici.</p>
<p><em><strong>«Non dimentichiamo – ricorda Gallucci prima di rituffarsi nella sua sala operatoria – che esistono problemi di compatibilità tra soggetti. Qui nessuno vuole arrivare primo. Puntiamo a salvare i pazienti.»</strong></em></p>
<p>Martedì 12 novembre. È iniziato il conto alla rovescia. La Padova che legge i giornali, guarda la televisione e che ogni giorno va a lavorare, vive con curiosità il momento, percependo quasi consapevolmente il senso storico della portata dell’evento. Nei bar, nelle piazze, non si parla d’altro. La domanda ricorrente è: quando? Già, quando professor Diana? Il Sovrintendente dell’o- spedale patavino stavolta è meno riservato di una decina di giorni fa, quando ha concesso poco, stretto nel suo ruolo, alle rivelazioni. Stavolta l’autorizzazione c’è, nessuno può più nascondersi. La soddisfazione che si respira nel reparto di Cardiochirurgia e negli stessi uffici della Soprintendenza è palpabile, più della stessa attesa per l’avvenimento. Diana ammette, ma precisa:</p>
<p><em>M</em><em>i preme innanzitutto sottolineare che qui non vogliamo far gara con nessuno. Non è una maratona per arrivare a tagliare il traguardo prima degli altri. A noi interessano le vite dei pazienti e se siamo riusciti ad ottenere il sì più importante ora abbiamo il dovere di procedere con il massimo scrupolo. Quando ci sarà l’ intervento? Diciamo che si potrebbe procedere sabato o domenica, lo richiede lo stato attuale delle cose. Abbiamo già il ricevente, ma non disponiamo ancora del donatore. E per donatore intendo che abbia le stesse caratteristiche di compatibilità di Lazzari o di chi altro si troverà nelle sue stesse condizioni.</em></p>
<p>Gallucci non è fisicamente a Padova, si trova a Roma insieme al professor Peracchia, altro chirurgo, alla riunione della Consiglio Superiore della Sanità. Tutto è però pronto. È solo questione di ore, perché il fato, il destino individui in un gioco crudele di morte e di vita, chi sarà il donatore. Del ricevente ormai si sa tutto. Ilario aspetta.</p>
<p>Mercoledì 13 novembre. <strong>È la vigilia dell’evento che di un solo colpo farà recuperare all’Italia diciotto anni di ritardo rispetto al resto del mondo. La nostra storia si concentra nel triangolo Padova-Treviso-Milano. A Padova dove è ricoverato Ilario Lazzari e dove è pronto a operare il gruppo di Vincenzo Gallucci. A Treviso dove c’è Francesco Busnello, il ragazzo di appena 18 anni in morte cerebrale destinato a diventare l’involontario primo donatore. A Milano dove opera il Nitp, il Nord Italia Transplant che coordina tutta l’attività dei trapianti, dove arriva un campione di sangue di Francesco e dove si sta lavorando pe portare a termine la tipizzazione, per accertare cioè la compatibilità dell’organo con le caratteristiche fisiologiche dei possibili riceventi. Sorge qualche dubbio, qualche perplessità: il corpo di Francesco è mingherlino, il suo cuore di dimensioni ridotte, potrà andare bene per un uomo grande e grosso come Lazzari? Le attese aumentano.</strong></p>
<p>Non è una giornata semplice quella che si sta vivendo a Padova, Treviso e Milano dove tutti i protagonisti sentono, in maniera diversa, il peso di quell’accavallarsi di eventi.</p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Giovanni-Marina-Busnello.jpg"><img class=" size-medium wp-image-351 alignleft" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Giovanni-Marina-Busnello-300x198.jpg" alt="Giovanni Marina Busnello" width="300" height="198" /></a>Treviso. Alle ore 11 <strong>Francesco Busnello</strong> presenta uno stato di coma profondo, accompagnato da atonia muscolare, ariflessia tendinea dei muscoli scheletrici innervati dai nervi cranici, indifferenza dei riflessi plantari. Inoltre i sanitari non riscontrano nessun cenno di respirazione spontanea dopo la sospensione, per due minuti, di quella artificiale. Assente anche l’attività elettrica cerebrale, spontanea e provocata, e il riflesso corneale e pupillare alla luce. La famiglia di Francesco ha vissuto un calvario di tre giorni, ritmato dalla visita quotidiana al loro ragazzo, addormentato sotto i mille fili delle macchine della rianimazione. Francesco immobile, insensibile alle parole della madre, alle sue carezze, alle sue piccole e disperate attenzioni. La parola donazione entra nella famiglia Busnello. A parlarne per primo è Giovanni, il papà: <em><strong>Ci ho pensato quando ho letto sul giornale che adesso si può fare. Questa è una delle cose possibili è il pensiero che mi è venuto d’ istinto, ma che poi ho ricacciato nella mente. Ne ho parlato addirittura io ai medici. Il discorso è scivolato su un piano generale, come un qualsiasi fatto di cronaca. Ma Francesco era lì, troppo vicino a noi perché potessi dimenticare il suo stato. Ho detto che sì, sarei stato favorevole alla donazione </strong></em><strong>di qualsiasi organo. Non ho pensato al cuore, ma che differenza può mai esserci?</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La lunga attesa.</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 14:24:22 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Lunedì 28 ottobre 1985, via Trento a Mestre, ore 18. Davide Borasso, 23 anni, a bordo del suo motorino è investito da una Bmw. Il giovane è trasportato all’ospedale. Le sue condizioni sono disperate, riporta un trauma cranico e coma profondo. La sua vita è appesa a un filo.</p>
<p>Martedì 29 ottobre. I medici mestrini decidono di trasportare Davide a Padova, dove esistono strutture più sofisticate. <em>«</em>Ha bisogno di una terapia intensiva<em>»</em>, spiegano ai familiari. Il ragazzo arriva alla Rianimazione Giustinianea alle 18. Nella stessa serata è visitato dal professor Sergio Dalla Volta, illustre cardiologo. Il referto non lascia speranze: elettroencefalogramma piatto ormai da oltre 24 ore. Per i sanitari è clinicamente morto. Dalla Rianimazione Giustinianea, collocata da due mesi in Clinica Ostetrica, scatta l’allarme. È avvisato il professor Gallucci, uno degli otto medici italiani individuati dal Ministero della Sanità ad eseguire trapianti cardiaci. O meglio, lo potrà fare quando il ministro Degan firmerà le relative autorizzazioni.</p>
<p>Mercoledì 30 ottobre. È mattina, il professor Gallucci arriva al Policlinico di Padova di buon’ora. È messo al corrente della situazione. Davide è sano, il suo cuore è forte, sarebbe un donatore perfetto. Nel reparto di Cardiochirurgia è ricoverato Ilario Lazzari, falegname di Vigonovo. L’uomo è gravemente malato: è affetto da cardiomiopatia dilatativa in scompenso cardiaco cronico, ple- torico. Ha le gambe a livello dei malleoli talmente gonfie, che premendo con un dito si produce un’impronta con una profondità di più di un centimetro. La sua sopravvivenza, ormai valutabile in poche settimane, dipende da un sostegno inotropo, è legata cioè alla somministrazione di farmaci. L’unica salvezza è nel trapianto. In caso contrario è condannato a morte. In simili circostanze non c’è un minuto da perdere, la tempestività accresce le probabilità di successo. Il professor Gallucci si attacca al telefono, chiama il ministro della Sanità, Costante Degan. Non parla direttamente con lui, ma con la sua segretaria. Chiede un’autorizzazione, un atto burocratico che avvalli l’operazione. I medici dell’<em>équipe </em>sono già pronti. Sono preparate le due sale operatorie. Si aspetta una risposta. A tarda sera da Roma ancora silenzio. Pare che il ministro chieda tempo. Alle 21 Gallucci lascia l’ospedale. Se trapianto sarà non è certo per la notte.</p>
<p>Giovedì 31 ottobre. Altra corsa contro il tempo. Gallucci ha un impegno nel pomeriggio, a Milano, ma è pronto a disdirlo se arriva dalla capitale il tanto atteso segnale. Gallucci richiama Roma, sollecita l’autorizzazione. Ilario Lazzari è trasferito dalla Rianimazione al reparto. «Dobbiamo sterilizzare una delle due sale operatorie», spiegano i medici. I tempi, tuttavia, si allungano. Insorgono delle difficoltà: dalla Rianimazione Giustinianea comunicano che Davide sembra abbia rivelato agli apparecchi degli stimoli periferici. L’elettroencefalogramma è sempre piatto, ma questa presunta residua attività del sistema nervoso induce a procedere con molta cautela. Per stabilire la morte cerebrale fra l’altro, occorrono almeno dodici ore di accertamenti come prescrive la legge. E la famiglia del ragazzo è perplessa se eventualmente autorizzare l’espianto, arriva perfino a dubitare che si stia facendo davvero tutto per salvare il loro ragazzo. Nel frattempo cessa lo stato di preallarme in cui erano state messe le due <em>équipe </em>chiamate a operare. In tutto dodici chirurghi affiancati da anestesisti, cardiologi, ematologi e tecnici di laboratorio che sarebbero dovuti intervenire in due sale operatorie attigue, in una il donatore, nell’altra il ricevente. Dall’Eur di Roma, dal Ministero della Sanità, la conferma della ragione della mancata concessione dell’autorizzazione.</p>
<p>«L’onorevole Degan – fa sapere una fonte molto vicina al titolare del dicastero – sta sollecitando chi di dovere a fare in fretta perché gli adempimenti, più tecnici che burocratici che bloccano l’autorizzazione siano compiuti velocemente».</p>
<p>Ma quanto ci vorrà? «Alcuni giorni», puntualizza la stessa fonte che assicura che il decreto è già sul tavolo del ministro, anche se incompleto.</p>
<p>In Cardiochirurgia, al piano terra del Policlinico di Padova, si ritorna alla routine quotidiana. «Sì, siamo sempre pronti, – conferma il medico di guardia – ma non se ne farà nulla stanotte».</p>
<p>Quando allora? «Non dipende da noi».</p>
<p>Venerdì 1 novembre. Dopo sette anni d’attesa l’<em>équipe </em>del professor Vincenzo Gallucci, si trova a un passo dal primo trapianto cardiaco nella storia d’Italia. Non ci riesce, quel decreto incom- pleto sulla scrivania del ministro fa ancora paura. La scienza è pronta, anche l’opinione pubblica lo è, non così il mondo politico. «Il mattino di Padova» rilancia la notizia con grande evidenza. L’opinione pubblica, comincia a porsi delle domande, a non capire il perché di così tanto ritardo per un atto, che tutto sommato, è squisitamente burocratico.</p>
<p>Sabato 2 novembre. Esplodono le polemiche. «Siamo stati fermati all’ultimo momento, quando eravamo già sulla soglia della sala operatoria», rivela il professor Alessandro Mazzucco, Aiuto del professor Gallucci. Bloccati da chi? «Da una telefonata del Sovrintendente sanitario Luigi Diana che da Roma era stato avvertito di non andare avanti. Noi però attendavamo un fonogramma, come ci era stato garantito in un colloquio telefonico con il dicastero alla Sanità, l’atto formale che ci avrebbe autorizzato all’operazione. Lo abbiamo aspettato fino al primo pomeriggio, ci avevano assicurato che era partito da Roma, ma a Padova non è mai arrivato. E siamo stati costretti a sospendere tutto<em>»</em>. La palla rimbalza a Luigi Diana che il sabato mattina incontra a Mestre il ministro Degan. Perché è stato bloccato tutto? è la domanda più scomoda e ricorrente. «Per gli aspetti giuridici legati alla legge che regola il trapianto di organi – è la risposta di Diana; che aggiunge – i problemi, mi ha detto Degan, sono quasi risolti. È ragionevole supporre una brusca riduzione dei tempi di attesa. Sicuramente entro la fine dell’anno». Determinante a dare un’accelerata, lo scatenarsi di polemiche che cominciano a uscire dagli ambiti cittadini. Publio Fiori, onorevole democristiano, presenta una interrogazione al ministro della Sanità e scrive una lettera a Nilde Jotti, presidente della Camera dei Deputati.</p>
<p><strong><em>«Non si comprende – accusa Fiori – perché si debbano costringere i malati ad andare in altri Paesi con la spesa media unitaria di circa 30 mila dollari, quando esistono centri cardiochirurgici già attrezzati per questo genere di trapianti. Andrebbero accertate le responsabilità di tali incredibili ritardi e se alla base ci fossero solo scontri di interesse che nulla hanno a che vedere con la salute dei cittadini.»</em></strong></p>
<p>Domenica 3 novembre. Ilario Lazzari, l’uomo in attesa di un cuore nuovo, attraverso il fratello Mario, riceve in ospedale un foglietto scritto al computer e redatto da un giornalista.<em>«Signor Lazzari, mi scusi se in in un momento come questo mi permetto di disturbarla. Il mio giornale da diversi giorni sta conducendo una battaglia per costringere le autorità competenti ad accelerare i tempi per la concessione della necessaria autorizzazione ad effettuare i trapianti di cuore. E perciò anche il suo. Credo che la sua testimonianza su tutta la vicenda possa servire a sensibilizzare maggiormente l’opinione pubblica. Proprio per questi motivi mi permetto di sottoporle una serie di domande a cui spero lei vorrà rispondere. Grazie. Gianfranco Natoli»</em></p>
<p>Ed ecco le domande. Mi parli della sua famiglia. Quando ha scoperto la gravità della sua malattia? Da quanto tempo è ricoverato in ospedale? Come viene curato? Come trascorre le giornate? Cosa pensa dei trapianti? Una volta avvenuto il trapianto avrebbe dei problemi di ordine morale pensando di avere il cuore di un altro? Il suo parere sugli avvenimenti degli ultimi giorni. Cosa pensa delle lungaggini burocratiche? Secondo lei perché non arriva l’autorizzazione ministeriale? Un suo parere sul comportamento del ministro Degan. Lanci un appello ai politici.</p>
<p>Lunedì 4 novembre. <em>«</em>Il Mattino di Padova<em>» </em>pubblica in esclusiva l’intervista a Ilario Lazzari, intervista che in realtà non è mai avvenuta, almeno non direttamente. A riportare le risposte, non per iscritto ma solo a parole, è ancora una volta Mario Lazzari, il fratello di Ilario. Su quelle frasi il giornalista costruisce l’articolo che contribuirà a far esplodere definitivamente la polemica che diventa così di dominio assoluto, anche dei media nazionali e in particolare delle televisioni. Riportiamo integralmente il testo di quel servizio che a distanza di trent’anni assume il sapore della premessa per un evento che sarà storico.</p>
<p><strong>«Il mattino di Padova»</strong></p>
<p>lunedì 4 novembre 1985, pagina 4.</p>
<p>Titolo: <strong>Ilario ha fiducia: la prima intervista. </strong><strong>Il veneziano che aspetta un cuore nuovo.</strong></p>
<p>Ilario Lazzari è tranquillo. Tutte le polemiche scoppiate in questi giorni sembrano non averlo scosso. Mantiene la calma. Avvicinarsi è praticamente impossibile, preferisce evitare il contatto con i giornalisti. Il suo non è un isolamento, è solo una calma attesa. Che si compia il tanto atteso trapianto al Policlinico di Padova. È da settembre di quest’anno che aspetta, che vive nella certezza che soltanto un intervento sostitutivo del cuore gli potrà restituire la gioia di esistere. Il gusto di tornare a vivere. E in attesa del pezzo di carta con tante firme importanti sopra, si tiene aggiornato. Legge i giornali, segue tutti i notiziari televisivi. Vuole sapere. Già nei giorni scorsi avevamo provato a intervistarlo. Ha risposto gentilmente di no. Ha accettato però, per mezzo del fratello Mario che giornalmente lo va a trovare in ospedale, di raccontarci tutto quello che pensa di una vicenda che involontariamente lo ha visto protagonista. <em>M</em><em>i voglio operare e lo voglio fare al più presto. Aspetto da tanti mesi per questo e non ho intenzione di mollare proprio adesso. Nel mio futuro c’ è una nuova vita. Ho molta fiducia. </em>La sua malattia, una miocardiopatia dilatativa, si è ma- nifestata la prima volta nel gennaio del 1983. Da allora è stato un entrare e uscire dagli ospedali. L’ultima speranza è il professor Gallucci, dalle sue mani si aspetta il miracolo. <em>Ho enorme fiducia in Gallucci. Se mi dicessero, guarda che </em><em>a Padova non ti possono operare, devi andare in un’altra città, ebbene rifiuterei l’operazione. Il mio cuore me lo devono mettere qui. E se devo morire lo voglio fare qui, a casa mia</em>. Da tre mesi vive recluso in una stanza di ospedale. Sconforto e speranza si accavallano di continuo. <em>I</em><em>l momento più brutto è stato giovedì. Avevo capito che era arrivato il momento. Ero tranquillo, anzi contento. Poi alle </em><em>1</em><em>5</em><em>.</em><em>3</em><em>0 ho visto arrivare l’ infermiere con il vassoio. Ho capito che era saltato tutto. Che c’era stato un rinvio. Mi è sembrato che il mondo mi crollasse addosso. Ma è stato soltanto un attimo: ho ripreso ad avere fiducia. Ad attaccarmi alla vita</em>.</p>
<p>Sul tira e molla ministeriale dice poche parole. Tutte significative: <em>Il discorso burocratico è buono solo per chi non ha soldi. Gli altri se ne vanno all’estero. La vita può essere pagata. E chi non può farlo muore. Se fossi stato il figlio di Degan l’autorizzazione sarebbe arrivata in tempo. Ci potete contare</em>. Mario Lazzari, il fratello portavoce, ci tiene a precisare: <em>Ilario mi ha detto di ringraziare tutta la stampa. L’ intervento dei giornali è servito a sensibilizzare l’opinione pubblica, a </em><em>f</em><em>a</em><em>r smuovere </em><em>i politici</em>.</p>
<p>Poi il discorso scivola sul carattere di Ilario, un uomo dalla salute di ferro che a 36 anni ha scoperto, quasi per caso, di essere condannato a morte. <em>Mio fratello ha un carattere calmo, riflessivo, È sempre stato molto attivo. Anche le difficoltà della vita non lo hanno mai abbattuto. La nostra famiglia non è stata molto fortunata, ha dovuto affrontare delle prove difficili, ma ha sempre saputo guardare avanti. Senza mai dimenticare la via dell’onestà</em>. Un clan compatto, che si è stretto attorno ad Ilario, proteggendolo, creandogli una cortina impenetrabile contro le intromissioni esterne, la curiosità della gente. I fratelli Mario, Ermida e Gina, la mamma Giulia, non mollano. Per loro la battaglia continuerà anche dopo il tanto atteso sì ministeriale. E non vedono l’ora di combattere.</p>
<p>L’intervista a Ilario Lazzari rimbalza a Roma e quel <em>«</em>Se fossi stato il figlio di Degan l’autorizzazione sarebbe arrivata in tempo» diventa molto di più di una accusa, seppure pesante. Si trasforma in un caso politico, che tira in ballo direttamente il ministro di origini veneziane. E il particolare non è da poco. Non dimentichiamo che in attesa ci sono anche altri ospedali, tra cui alcuni romani. Ma, il vero obiettivo del giornalista e del giornale padovano che hanno contattato e poi pubblicato l’intervista a Ilario Lazzari è raggiunto. La polemica è totale ed è una sorta di tutti con- tro tutti. Di quanto l’affondo è stato diretto al cuore delle stanze ministeriali e politiche della capitale, si percepisce quando nella redazione del quotidiano, all’epoca in via Pellizzo, arriva un fax inviato dalla segreteria di Degan. Il carteggio, che non è stato reso pubblico, resta confinato nel privato, tra il giornalista autore dell’intervista e lo stesso ministro. Dal tono aggressivo del co- municato stampa si percepisce quanto la sciabolata, dal punto di vista mediatico, abbia fatto effetto e abbia messo pressione a tutto il ministero della Salute.</p>
<p><em>A</em><em>d un lettore bene attento, delle notizie come riportate, non può sfuggire che Degan non ha bloccato alcun trapianto dal momento che non c’ è la disponibilità del donatore. La polemica di G. N. si basa, per di più, su una ignoranza tanto crassa da potersi ritenere incolpevole, ma non perciò meno presuntuosa e arrogante. Merita solo ricordare che Degan: 1) ha dato, affrontando anche momenti polemici, un impulso decisivo nell’emanare i relativi decreti, ha il diritto ed il dovere (dopo aver sentito gli organi ministeriali) d’avviare il trapianto di cuore in Italia. 2) ha inserito tale decisione in un programma di evoluzione della cardiochirurgia in Italia affidandosi, perciò, all’apposita commissione presieduta dal professor Donato ed innovando (con la previsione di poli integrati) rispetto alla episodicità che, alternativamente, ne sarebbe derivata. </em><em>3</em><em>) essendo soggetto (come tutti) alle leggi svolgere un riesame complessivo delle procedure tecniche e amministrative per una decisione che interverrà in tempi brevi.</em></p>
<p>La risposta del giornalista, autore dell’intervista a Lazzari, resta anch’essa confinata nel privato rapporto con Degan. Questo il testo del controfax:</p>
<p><em>I</em><em>l ministro Degan è disinformato. Il professor Luigi Diana, direttore sanitario dell’ospedale di Padova, aveva ricevuto l’autorizzazione al trapianto dai familiari del ragazzo mestrino. Il problema della burocrazia: sette anni fa il professor Gallucci chiede al ministero della Sanità l’autorizzazione ad eseguire trapianti di cuore. Le otto èquipe sono scelte a settembre, e si tratta delle stesse che si erano dichiarate già pronte. Un mese fa una commissione, inviata dal ministro Degan, </em><em>a</em><em>r</em><em>r</em><em>i</em><em>v</em><em>a </em><em>a Padova, chiede di visitare i locali, di vedere le attrezzature. Una delegazione altamente qualificata ma forse un po’ a digiuno di cardiochirurgia, visto che non è a conoscenza che ogni anno nel reparto del professor Gallucci sono eseguiti 800 interventi al cuore, e moltissimi a livello mondiale, Poi l’opportunità di martedì, ma la risposta da Roma è perentoria: non siamo ancora pronti, ci vogliono alcuni giorni. Signor ministro, nessuno nega che la burocrazia abbia i suoi ritmi ma sarebbe il caso di ricordare alla burocrazia che in attesa del “riesame complessivo della procedura tecnica e amministrativa” la gente muore. Nessuno vuole colpevolizzare il ministro Degan, che anzi ha dato impulso al settore, ma ci sentiamo in diritto di chiedere velocità. Almeno alla burocrazia. Sull’argomento sarebbe significativo conoscere l’opinione di tutti gli Ilario Lazzari italiani, vivi ma condannati a morte, in attesa di un trapianto.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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