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	<title>Vincenzo Gallucci &#187; padova</title>
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	<description>Non ho dubbi.</description>
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		<title>Che notte quella notte!</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 15:00:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[gest_gall]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Quella notte]]></category>
		<category><![CDATA[cardiochirurgia]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>La notte è ricca di magìe. Allunga le ombre e con esse an-che la realtà assume un’altra dimensione. Così come i ricordi. Gli eventi più straordinari forse diventano tali nell’immaginario collettivo proprio perché sono vissuti di notte. Lo sbarco sulla Luna, per noi italiani, sarebbe stato lo stesso se fosse accaduto con il pieno abbagliante sole? La straordinarietà dell’evento, di quel 14 novembre 1985, è accresciuta da un senso di mistero, di profetico che si mischia allo sconosciuto che solo in pochi sono in grado di interpretare. Come quelle donne e quegli uomini in camice azzurro che si muovono a passi impercettibili, così come i loro gesti, che fluttuano nell’aria resa ancora più opprimente da un’umidità che tutto avvolge, rendendo l’ambiente circostante ancora più magico, ancora più etereo. Ci sono eventi che restano nell’immaginario collettivo, ma intimo di un popolo, di una nazione, di una città. Il tempo poi inevitabilmente ci priva dei protagonisti, anche dei testimoni. <em><strong>La notte tra il 13 e il 14 novembre 1985 è rimasta nell’anima dell’intera Padova. E non stupisca se poi, quindici anni dopo, in occasione di un referendum a ridosso del 2000, alla fine del Novecento, proprio il professor Vincenzo Gallucci è stato votato come il padovano del secolo, come colui che maggiormente ha inciso nella storia, nelle glorie del suo popolo.</strong></em></p>
<p>È stata una notte irreale quella del 14 novembre 1985, difficile da descrivere, perché consumata in un luogo che nulla ha di simile a tanti set cinematografici e televisivi che le fiction degli anni a venire ci hanno poi regalato in così larga serie. Nulla da medici in prima linea, niente a che vedere con la raffigurazione del dio medico capace di capire, interpretare, e pertanto sconfiggere, la morte. I corridoi, gli scantinati, che avvolgono le sale operatorie di Cardiochirurgia del Policlinico di Padova, assumono contorni irreali. Ogni ombra, ogni strumento, ogni apparecchiatura ab- bandonata assumono sembianze spettrali. Dentro ci sono quelli che stanno scrivendo la storia, gli altri tutti fuori a far da testimoni passivi, ma partecipi. Servono entrambi. Il protagonista e lo spettatore, per una volta sono uniti dallo stesso destino, vivendo di luce riflessa.</p>
<p>Nonostante l’apparente calma, l’intero ospedale sa. È a conoscenza che qualcosa di fantastico sta per avvenire. Del resto il lungo tira e molla che ha scandito le ore dei giorni precedenti è stato vissuto da tutti come un inevitabile, quanto estenuante, passaggio verso la storia. Dio lo vuole. Ha incastrato magistralmente i mattoncini della vita.</p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Francesco-Busnello.jpg"><img class=" size-medium wp-image-299 alignleft" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Francesco-Busnello-300x212.jpg" alt="Francesco Busnello" width="300" height="212" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Ha scelto il ragazzo più bello, più forte, più generoso e lo ha trasformato nel donatore ideale</em>.</strong> A Treviso, in sala operatoria, al fianco di Gallucci, c’è anche Carlo Valfrè, uno degli allievi prediletti, al quale è demandato il compito di aprire il torace di quel ragazzo così pieno di vita, di così tanta umanità e di voglia di aiutare gli altri. Sul cadavere di Francesco sono recise l’aorta, l’arteria polmonare, le quattro vene polmonari e le due vene cave. Tutta l’operazione dura appena sei minuti. Gallucci vuole al suo fianco Giuseppe Faggian, il quale scandisce i tempi dell’intervento come previsto dai quei protocolli così tanto studiati, così tanto curati nei minimi particolari. Nulla deve essere lasciato al caso e la tempistica è eccezionalmente rispettata. Il cuore di Francesco, così giovane, si contrae in maniera vigorosa, è imballato in un contenitore di plastica, immerso in un liquido congelato, acqua e ghiaccio. La soluzione cardioplegica e il trasferimento in sacchetti contenenti soluzione fisiologica a 4° centigradi permette all’organo di resistere in simili condizioni per circa quattro ore, un margine sufficiente per completare il trasferimento fino a Padova. Il cuore dentro il piccolo frigorifero è ora nelle mani di Gallucci che lo appoggia sulle sue ginocchia. Alle 3.10 un’anonima Mercedes grigia si muove dal “Ca’ Foncello”: alla guida Giovanni Stellin, al suo fianco Gallucci, dietro Giuseppe Faggian. Il corteo è aperto e chiuso da due pattuglie della Polizia Stradale a far da scorta, ad accompagnare quel procedere deciso verso un altro ospedale, il Policlinico di Padova dove c’è già un uomo con il petto aperto: è Lazzari. È una serata nebbiosa con il manto stradale viscido, reso scivoloso da una nebbia ghiacciata che si deposita sull’asfalto. Il destino si sta compiendo anche se un altro piccolo brivido è concesso a una scenografia che ha ritmi cadenzati. La Mercedes prima di imboccare l’autostrada che porta poi alla fettuccia di Mestre, e da lì sulla Serenissima, ha una leggera sbandata. È solo un attimo, superato da sorrisi che però tradiscono la tensione, la consapevolezza dell’essere a un passo dal cambiare i destini di migliaia di italiani. Intanto Ilario a Padova è messo in circolazione extracorporea, gli tolgono il muscolo cardiaco. Non si tratta di rimuoverlo completamente, bensì si asporta a livello di atri, lasciando in sede sia la parte posteriore che quella delle pareti. Detto volgarmente non si tratta dunque di una sostituzione completa, ma di innestare il cuore nuovo su quella che è chiamata placca atriale.</p>
<p>Il reparto di Cardiochirurgia è già sprangato dalla mezzanotte. Agenti di Polizia e Carabinieri diretti dall’ispettore Quaresima, bloccano chiunque voglia entrare. L’arrivo di giornalisti da tutta Italia colora il clima delle sensazioni da grande evento. L’emozione prende anche chi non è coinvolto in prima persona. Infermieri e barellieri confermano in presa diretta. Avvicinarsi al reparto è impossibile, figurarsi alla sala operatoria. Le voci rimbalzano incontrollate. È mezzanotte, arriva anche l’avvocato Giorgio Fornasiero, presidente dell’Usl 21 di Padova. Con lui c’è il professor Luigi Diana, direttore sanitario. Tocca a loro il compito di informare, di tenere a bada la stampa. Il filo diretto Treviso-Padova è continuo e necessario. La tempestività è fondamentale. Scorrono i minuti, le ore, in un coordinamento perfetto. <em>Alle 2 di giovedì 14 novembre 1985 il segnale tanto atteso: Ilario è trasferito in rianimazione, accanto c’è la sala operatoria. Il petto è aperto da Alessandro Mazzucco e Uberto Bortolotti appena il cuore parte da Treviso, circa mezz’ora prima. L’androne del Policlinico si riempie di giornalisti, telecamere, fotoreporter. Decine di inviati, sembra di essere tornati ai tempi di Enrico Berlinguer e ancora una volta Padova è al centro del mondo. Alle 3.10 Francesco, il cuore di Francesco, come abbiamo detto lascia per l’ultima volta Treviso. All’arrivo al Policlinico di Padova il frigo portatile passa dalle mani di Faggian e Stellin al tavolo operatorio. Il rito del lavaggio precede l’inizio dell’intervento.</em></p>
<p><strong>Sono le 4, si comincia</strong>. Fuori un velo di foschia regala umidità e una leggera pioggerellina. L’ospedale dorme, in una sala operatoria medici e infermieri in verde stanno compiendo un miracolo. Ad accompagnarli c’è la musica, le note di Beethoven, quelle preferite da Gallucci, che avvolgono uomini, donne e oggetti, speranze e sogni, dolore e scienza. Le mani di Gallucci si muovono come un maestro d’altri tempi, come un mago, un illusionista che riesce a incantare. Ma la sua è una magìa intrisa di scienza e sapienza. Accanto al maestro ci sono Mazzucco e Bortolotti. Alla testa del letto operatorio una lista con la sequenza dei passaggi che Carlo Sorbara e Giuseppe Faggian scandiscono con intenza attenzione. Attorno, fuori, c’è l’attesa, i giornalisti che vagano tra corridoi silenziosi e ambulatori sprangati, alla ricerca delle macchinette del caffè. Bisogna far passare la nottata.</p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Gallucci-Mazzucco.jpg"><img class=" size-medium wp-image-302 alignright" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Gallucci-Mazzucco-300x208.jpg" alt="Gallucci Mazzucco" width="300" height="208" /></a></p>
<p>Dentro, nella sala operatoria dove si sta compiendo il miracolo della vita che toglie alla morte per restituire alla vita, si procede con fasi chirurgiche composte, non concitate, condotte con geo- metrica precisione. Il cuore di Francesco è suturato con le pareti atriali e collegato con l’arteria polmonare e l’aorta, per ristabilire la circolazione coronarica. Poi è espulsa l’aria dalle cavità cardia- che. Il cuore di Francesco risulta più piccolo di un quarto rispetto a quello di Ilario, creando qualche problema. Del resto Busnello pesa 70 chili, Lazzari 85. <strong>Ma, miracolosamente, il cuore nuovo di Ilario riparte spontaneamente a ritmo sinusale, senza bisogno di stimolo elettrico al primo battito la perfusionista Luigina Stievano non sa trattenere un applauso. Gallucci, che ha usato la tecnica messa a punto dai colleghi cardiochirurghi di Pittsburg, finalmente ha vinto le sue tante battaglie.</strong> Il petto di Lazzari è chiuso da Mazzucco, Bortolotti e Faggian. Il vecchio cuore di Ilario, che ancora batte in maniera vermicolare, è appoggiato in una bacinella e consegnato a Gaetano Thiene e Mauro Paggetta che si spostano all’Istituto di Anatomia Patologica, piazzata oltre l’ospedale Giustinianeo. Per la prima volta un patologo italiano ha in mano il cuore di una persona viva e, per la prima volta nella storia, l’Istituto di Anatomia Patologica di Padova resta illuminato tutta la notte per un trapianto. La fissazione in formalina del cuore di Lazzari, con iniezione diretta nelle arterie coronariche, è effettuata da Paggetta.</p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Ilario-Lazzari-01.jpg"><img class=" size-medium wp-image-312 alignleft" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Ilario-Lazzari-01-203x300.jpg" alt="Ilario Lazzari 01" width="203" height="300" /></a></p>
<p><em>Il vecchio cuore di Ilario pesa ben 850 grammi, è sezionato in quattro camere, appare come una classica miocardiopatia dilatativa con estrema dilatazione biventricolare. Il patologo padovano preleva il fascio di His per l’indagine ultrastrutturale, oltre che istologica. Dal punto di vista medico è riscontrata una gravissima atrofia delle fibre del tessuto di conduzione alla biforcazione, come classicamente osservato nei blocchi atriovetricolari acquisiti. In quelle condizioni il cuore avrebbe potuto continuare a battere solo per poche settimane ancora.</em></p>
<p>Mentre Thiene e Paggetta compiono gli accertamenti, il gruppo di Gallucci lascia la sala operatoria. È concesso il piacere di un brindisi, prima di trovarsi di fronte alla decina di giornalisti che hanno bivaccato tutta la notte in attesa di notizie. La grandezza di Gallucci non si smentisce. <em><strong>Lui, l’uomo capace di grandi sogni, chirurgo immenso dal grande prestigio internazionale, è riuscito a creare degli allievi sui quali ha puntato per il suo grande progetto del visionario realista. In tutto quindici persone partecipano allo storico evento. Oltre al professor Vincenzo Gallucci, all’epoca 50 anni, anche l’Aiuto Alessandro Mazzucco (Venezia, 41 anni), gli assistenti Uberto Bortolotti (Udine, 37 anni), Giovanni Stellin (Treviso, 36 anni) e Giuseppe Faggian (Padova, 33 anni). Tre gli anestesisti: Gianpiero Giron (Padova, 51 anni), Carlo Sorbara di Treviso e Maurizio Dan (Mirano, 35 anni), Francesco Cirillo di Soverato. L’équipe è completata da due strumentisti: Elisabetta Cattelan (Vicenza) e Franco Bano (Padova). Anche due i perfusionisti. Amedeo Voltan e Luigina Stievano. Infine la caposala Nuccia Luisetto (Padova) e l’infermiere di sala Mario Borgato (Padova).</strong></em></p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Sala-operatoria-01.jpg"><img class=" size-medium wp-image-307 alignright" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Sala-operatoria-01-300x198.jpg" alt="Sala operatoria 01" width="300" height="198" /></a></p>
<p>Il primo trapianto di cuore in Italia dura in totale appena tre ore. Alle 7 mattino del 14 novembre 1985 il cuore nuovo infilato nel petto di Ilario funziona perfettamente, consentendo di tornare alla circolazione normale. Alle 11 Lazzari si sveglia, per lui inizia una vita nuova, esaltante, drammatica. A seguirlo fin dal primo momento c’è Faggian. Il loro rapporto è speciale. Se Ilario per Gallucci ha un’autentica venerazione, in Faggian ha stretta confidenza e appena apre gli occhi gli confida di sentirsi un leone e ha voglia di una pasta asciutta. Gli angeli custode di Lazzari tornano a casa dopo due giorni trascorsi ininterrottamente in Terapia Intensiva, al fianco del primo trapiantato di cuore italiano. C’è da impostare la terapia e seguire il paziente fino allo svezzamento dal respiratore. Il decorso post-operatorio del falegname di Vigonovo non si dimostra semplicissimo. Quattro fialette rosse, contenenti un siero antilifocitario prodotto iniettando linfociti umani nei cavalli e inviati da Charles Bibier da Stanford, producono a Ilario una reazione allergica. Lazzari è anche costretto a un successivo ricovero al Policlinico di Milano per una epatite. Probabilmente è qui, oppure successivamente quando torna per un ulteriore ricovero al Policlinico di Padova, che gli è praticata una trasfusione con sangue infetto. Insieme a lui a essere colpita dal virus dell’HIV, anche una ragazza. Le sacche hanno l’identica provenienza, il Centro Trasfusionale di Milano da dove all’epoca solitamente arrivavano, ma anche da Verona, gran parte delle donazioni per l’ospedale di Padova.</p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Gruppo-sala.jpg"><img class=" size-medium wp-image-309 alignleft" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Gruppo-sala-300x198.jpg" alt="Gruppo sala" width="300" height="198" /></a></p>
<p><em>Il destino non farà sconti a nessuno dei tre maggiori protagonisti del primo trapianto di cuore italiano. Non è stato certo benevolo con Vincenzo Gallucci, morto a 55 anni in un incidente stradale vicino Verona la sera del 10 gennaio 1991. Sofferenze non sono state risparmiate neppure al ministro Costante Degan, stroncato a Mestre a 58 anni da un tumore ai polmoni la mattina del 1 luglio 1988. Lui che si era battuto contro il fumo delle sigarette con caparbietà, ostinazione e convinzione profonda. Una battaglia portata avanti nell’interesse collettivo, a colpi di leggi ma anche con la forza, paziente e tenace, della persuasione, che era una delle sue caratteristiche. Infine il destino non è stato certo buono con Ilario Lazzari, morto a 46 anni a Padova, il 12 giugno 1992, per colpa di quella trasfusione di sangue infetto fatta nelle settimane subito successive al suo trapianto di cuore. A stroncarlo un’infezione polmonare, figlia della maledizione del secolo, l’Aids.</em></p>
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		<title>La grande amarezza.</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 13:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[gest_gall]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Pensiero]]></category>
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		<description><![CDATA[Illustrissimo Paolo Ojetti, Direttore del «Mattino di Padova», leggo tra le lettere a lei indirizzate e pubblicata qualche giorno fa, una lettera che mi chiama in causa a proposito di presunte differenze di comportamento nei riguardi del signor Claudio Villa, ricoverato nel nostro Centro Cardiochirurgico e operato alcuni giorni or sono, rispetto alla generalità degli altri [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>I</em><em>l</em><em>l</em><em>u</em><em>s</em><em>t</em><em>r</em><em>i</em><em>ss</em><em>i</em><em>mo Paolo Ojetti, Direttore del «Mattino di Padova», leggo tra le lettere a lei indirizzate e pubblicata qualche giorno fa, una lettera che mi chiama in causa a proposito di presunte differenze di comportamento nei riguardi del signor </em><em>Claudio Villa, ricoverato nel n</em><em>o</em><em>s</em><em>t</em><em>r</em><em>o</em> <em>Centro </em><em>C</em><em>a</em><em>r</em><em>d</em><em>i</em><em>o</em><em>c</em><em>h</em><em>i</em><em>r</em><em>u</em><em>r</em><em>g</em><em>i</em><em>c</em><em>o </em><em>e operato alcuni giorni or </em><em>s</em><em>o</em><em>n</em><em>o</em><em>, rispetto alla generalità degli altri pazienti in lista di attesa. Vorrei che fosse chiaro all’autore della lettera e a tutti i pazienti che aspettano di essere da noi ricoverati per intervento cardiochirurgico, che in nessun caso l’ordine di prenotazione viene superato se non per vere urgenze, abitualmente associate a trasferimento diretto da altri ospedali, nelle quali il paziente venga giudicato dai medici curanti in pericolo di vita. Tale era appunto il caso del signor Villa e tale è purtroppo il caso di molti altri che quotidianamente ci vengono proposti da Centri Cardiologici di varie Regioni, per intervento urgente. Dall’altra parte i vari problemi che hanno prolungato il decorso post operatorio del malato sono una chiara riprova della grave situazione di partenza.</em></p>
<p><em>C</em><em>o</em><em>n molta </em><em>c</em><em>o</em><em>r</em><em>d</em><em>i</em><em>a</em><em>li</em><em>t</em><em>à</em><em>,</em></p>
<p><em><strong>Professor Vincenzo Gallucci</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ogni paziente perso è vissuto da ogni medico, e in partico- lar modo dal chirurgo, come una grande sconfitta. La morte di Claudio Villa, il reuccio della canzone italiana, ha rappresentato per Gallucci anche qualcosa in più. Nei giorni subito successivi all’intervento eseguito martedì 27 gennaio 1987 nel Policlinico di Padova, si scatena una vera e propria polemica su un presunto favoritismo che avrebbe accompagnato il ricovero del cantante romano. Una <em>bagarre </em>poi vissuta con grande amarezza dal cardiochirurgo mantovano. Claudio Villa, al secolo Claudio Pica, nato a Roma nel popolarissimo rione di Trastevere l’1 gennaio 1926, è destinato a diventare un paziente di Gallucci ben prima di quel ricovero al Policlinico di Padova, fatto in tutta fretta domenica 25 gennaio 1987. Il reuccio ha una smisurata ammirazione per il cardiochirurgo mantovano, una stima nata in occasione del primo trapianto del 14 novembre 1985. In quei giorni Villa dichiara ai giornali che nel momento della morte avrebbe donato il suo cuore proprio a Gallucci. Un gesto impossibile perché il suo cuore è già gravemente compromesso e ora la situazione è ancora più difficile a causa del cattivo funzionamento di uno dei suoi due polmoni. L’intervento, divenuto così molto rischioso, dura otto ore. Tecnicamente sono impiantati quattro <em>by-pass </em>e nei primi giorni del post-operatorio sembra che tutto possa andare per il meglio. Ma c’è qualcosa che non funziona. La ripresa è lenta, anzi tarda ad arrivare. I giorni trascorrono e il quadro complessivo si fa sempre più preoccupante. Sono i giorni in cui la televisione trasmette il festival di Sanremo. Claudio Villa ha giurato che ci sarebbe stato e per certi versi mantiene la promessa. I dieci giorni che trascorrono dall’intervento sono vissuti sotto assedio mediatico. Sono decine i cronisti, inviati, fotografi e cinereporter che prendono d’assalto la Cardiochirurgia.</p>
<p>Alle ore 8.30 di martedì 27 gennaio, Villa entra in sala operatoria, mezz’ora dopo arriva Gallucci. L’intervento vero e proprio termina alle 17.30, poi segue un lungo periodo di osservazione. Il risveglio del cantante alle 21. A movimentare la giornata anche un battibecco tra Mauro, figlio primogenito del cantante, e un fotografo che s’infila senza tanti riguardi nella stanza 22 occupata dai familiari di Villa. La stanza, il letto, è lo stesso che ha occupato Ilario Lazzari, nei giorni precedenti al trapianto di cuore. Lo scontro si conclude con qualche spintone fuori programma. Poi la bufera passa e Mauro ricorda i motivi della scelta padovana: «Già lo scorso anno mio padre aveva deciso di donare, in caso di morte, il cuore al professor Gallucci».</p>
<p>Le notizie filtrano a fatica, i tempi si allungano a dismisura. Dal portellone verde della sala operatoria ogni tanto s’affaccia un infermiere, un medico. Si riescono a strappare solo poche frasi. «Sta andando tutto per il meglio, ne avremo ancora per un paio d’ore. Come sta? Bene ma stiamo incontrando delle difficoltà.»</p>
<p>Alle 14 anche Patrizia, la giovane moglie di Villa, non ne può più e si avventura verso la sala operatoria dove è accolta dai flash dei fotografi. Il clima è da assedio, simile a quello vissuto un anno e mezzo prima, in occasione del trapianto di cuore a Lazzari. La situazione potrebbe sfuggire di mano e alle 15.30 arriva la Polizia a mantenere l’ordine pubblico. Passano le ore e non succede nulla, tranne il consueto via vai di medici e infermieri. Si rifà vedere la moglie Patrizia. Stavolta i fotografi sono appostati fuori dalle grandi vetrate. Il volto è tirato, la tensione è tanta. Scoppia in la- crime quando vede uscire di corsa un medico. Una suora chiude le persiane e la cronaca in diretta finisce lì. Alle 19 la porta presidiata da agenti di Polizia si spalanca. Appare Gallucci. È teso, in- fastidito dalla ressa. Però non si sottrae e rivela che «È stata un’operazione più difficile del previsto. Siamo rimasti con il paziente in Rianimazione solo per precauzione, del resto lo facciamo con tutti. Spero di sciogliere la prognosi nel giro di un paio di ore. Posso confermarlo, tornerà a cantare.»</p>
<p>Rimbalza la polemica del paziente privilegiato. Gallucci non si scompone: «Si tratta di un malato urgente e da noi le urgenze non aspettano mai.»</p>
<p>Qualche notizia in più sull’intervento la regala Uberto Bortolotti, assistente di Gallucci: «Abbiamo inserito quattro <em>by-pass </em>utilizzando una vena safena e due arterie mammarie. Claudio Villa ha tollerato bene l’intervento, anche se c’è stato qualche problema in più, non previsto. Il paziente presentava una situazione coronarica piuttosto complessa. No, il cuore non si è mai fermato, ha avuto solo un po’ di difficoltà nel riprendere. Per questo ci siamo serviti di un aiuto meccanico esterno, di un contropulsatore.»</p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Claudio-Villa.jpg"><img class=" size-medium wp-image-411 alignleft" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Claudio-Villa-206x300.jpg" alt="Claudio Villa" width="206" height="300" /></a>A tarda sera filtrano altre notizie meno rassicuranti, ma la situazione non è ancora drammatica. Si aspetta che la crisi passi. Si cerca di pensare positivo.</p>
<p>I giorni successivi trascorrono in una sorta di valzer tra notizie buone e meno buone. Ci si mettono anche delle complicazioni renali a rendere la situazione ancora più complessa. Domenica 1 febbraio il professor Gallucci si lascia andare a un ottimistico «in complesso le condizioni sono buone, ma il fisico resta debole».</p>
<p>Ma quel cuore alla fine cede all’improvviso. E gli ultimi attimi sono drammatici. Claudio Villa si strappa la mascherina dell’ossigeno, mormora di non farcela più. La crisi inizia sabato 7 febbraio, attorno alle 15.30. Il cantante si agita appena viene a sapere che deve essere sottoposto a Tac. Poi i primi segnali di rinuncia alla vita. Si strappa la cannuccia dell’ossigeno mentre è portato in reparto. L’arresto cardiaco arriva improvviso, qualche minuto dopo, alle 16. Claudio Villa è portato in tutta fretta in Rianimazione. Gallucci non c’è, è a Milano, non c’è neppure AlessandroMazzucco, il suo Aiuto. Le prime cure sono prestate dai dottori Livi, Rizzoli e Milano. È aperto il torace, non c’è neppure il tempo di preparare la sala operatoria, l’intervento avviene direttamente in Rianimazione. Il cuore è massaggiato per diversi minuti, anche se debolmente riprende a battere. Alle 18 un secondo arresto cardiaco. I medici chiamano i familiari del cantante, lasciano poche speranze. Patrizia, la moglie, continua a passeggiare per il corridoio, è distrutta. Il clima diventa surreale, la morte resta assurda anche quando riguarda un personaggio famoso. Poco dopo arriva anche un cappellano, il dolore impedisce di pensare, ci sono le convinzioni religiose di Claudio Villa da rispettare. Il sacerdote preferisce non entrare. Passano le ore e si aspetta sempre l’arrivo del professor Gallucci. La speranza si trasforma in attesa. Il cardiochirurgo arriva alle 22. Forse Villa è già morto, ma si aspetta la fonte ufficiale. L’annuncio ufficiale alle 22.30, ma da tempo ormai non si illude più nessuno.</p>
<p>A confermarlo è lo stesso Gallucci con uno scarno «Non c’è molto da dire, alle ore 22 il cuore di Claudio Villa ha cessato di battere. Il decesso è stato causato da <em>choc </em>da pancreatite acuta».</p>
<p>È sabato 7 febbraio 1987, sta andando in onda in diretta l’ultima serata del festival di Sanremo. A dare l’annuncio all’Italia intera è Pippo Baudo, il presentatore e testimone di nozze di Villa. Il pubblico dell’Ariston si alza in piedi: è un applauso lungo, convinto, come merita un grande della musica leggera. Claudio Villa, lo aveva detto un mese prima a Raffaella Carrà, lui a Sanremo ci sarebbe stato e ancora una volta ha mantenuto la promessa senza tradire il suo pubblico.</p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Villa.jpg"><img class=" size-medium wp-image-413 alignright" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Villa-300x197.jpg" alt="Villa" width="300" height="197" /></a>Il corpo del cantante è esposto in una camera ardente allestita all’obitorio del Policlinico. Migliaia di <em>fan</em>, circa venticinquemila, scivolano davanti alla bara aperta, dentro Claudio Villa con il vestito di scena e i guanti bianchi. I giorni successivi sono pieni di amarezza per Gallucci. Alla morte di Claudio Villa paziente, si aggiungono le polemiche per le presunte corsie privilegiate a Cardiochirurgia. Confessa: «È una sconfitta inspiegabile, amara. Fino a venerdì ero convinto che ce l’avrebbe fatta».</p>
<p>Il clamore si placa, l’assalto di giornalisti e fotografi pure. Dopo qualche giorno attorno al reparto di Cardiochirurgia dell’ospedale di Padova il clima torna quello di sempre. Nell’aria solo dolore, rimpianto. Non della morte eccellente, ma della morte di un paziente. Di un uomo. Gallucci che ha seguito con passione gli ultimi giorni di vita di Claudio Villa, solo all’apparenza non si scompone. Il medico è abituato a lottare contro il destino. Nel suo studio, al terzo piano, l’atmosfera ovattata rende il tono ancora più pacato, la calma è quella di sempre.</p>
<p><em>P</em><em>r</em><em>i</em><em>m</em><em>a </em><em>d</em><em>i arrivare a Padova, Villa è stato ricoverato al Policlinico Gemelli per circa 25 giorni. A Roma gli avevano fatto tutti gli esami. Le condizioni generali erano buone, preoccupava solo il cuore. Di questo tipo di interventi chirurgici ne facciamo a migliaia. Anche la degenza non presentava eccessive preoccupazioni. Ormai è quasi diventata routine. Forse proprio per questo non ci sono spiegazioni. La medicina di fronte a queste cose è impotente. Nessun rimpianto? I rimpianti ci sono sempre quando ti accorgi di aver perduto una persona che ti era stata affidata. Ma non abbiamo nulla da rimproverarci. Villa, come del resto gli altri pazienti che sono operati nel nostro reparto, è stato seguito da validi specialisti. Di più non poteva essere fatto…</em></p>
<p>«Quando si è accorto che non c’era più niente da fare?»</p>
<p><em>S</em><em>a</em><em>b</em><em>ato </em><em>s</em><em>e</em><em>r</em><em>a</em><em>, quando sono arrivato in ospedale. Fino al giorno prima ero certo che avrebbe superato il decorso post operatorio. Del resto le varie crisi, come broncopolmonite, insufficienza renale, sofferenza epatica ed edema pancreativo, erano state sempre tenute sotto controllo. Nulla poteva far prevedere la morte. Quando abbiamo smesso di lottare? Non si smette mai di combattere. Non si molla fino a quando il paziente non è morto. Nel caso di Villa quando sono arrivato in Rianimazione, verso le 22, mi sono reso conto che era finita, non rispondeva più.</em></p>
<p>«Si è parlato della mascherina strappata, di una certa stanchezza psicologica che avrebbe contribuito alla resa fisica del cantante.»</p>
<p><em>C</em><em>o</em><em>m</em><em>e medico rifiuto </em><em>l</em><em>’</em> <em>i</em><em>p</em><em>o</em><em>t</em><em>e</em><em>s</em><em>i</em><em>. Il cuore continua a battere nonostante il morale del paziente. I familiari dicono che </em><em>e</em><em>ra </em><em>s</em><em>t</em><em>a</em><em>n</em><em>c</em><em>o</em><em>?</em> <em>S</em><em>o</em><em>n</em><em>o convinto del contrario, lo vedevo </em><em>a</em><em>bb</em><em>a</em><em>s</em><em>t</em><em>a</em><em>n</em><em>z</em><em>a </em><em>t</em><em>ranquillo, </em><em>r</em><em>ispondeva alle sollecitazione, come paziente collaborava molto. Giovedì sera gli abbiamo fatto vedere qualche minuto del festival di Sanremo. Sembrava che tutto andasse bene. E invece è stato tradito dalla pancreatite acuta unita all’ infarto broncopolmonare. Fino ad allora tutte le complicazioni erano state controllate. È anche vero che raramente si incontrano pazienti con un decorso post operatorio così pesante. Ma il crollo che ha portato alla morte non ha spiegazioni.</em></p>
<p>E si torna all’origine: il perché non trova risposte. Il medico conosce le cause, non i motivi. La vita resta elemento sacro, uguale per ogni uomo. Anche per questo la sconfitta è ancora più dolo- rosa, pesa sul morale. E per Vincenzo Gallucci, il cardiochirurgo dei sogni, la morte di Claudio Villa lascia dolore, impotenza e amarezza.</p>
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