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	<title>Vincenzo Gallucci &#187; trapianto</title>
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		<title>Come medico e come uomo non ho dubbi.</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 15:10:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ci devono certamente essere specialità mediche che coinvolgono meno dal punto di vista emotivo! Anche chi ha dietro di sé molti anni di attività cardiochirurgica, spesso assai impegnativa, ed ha conosciuto successi e talora, purtroppo insuccessi; ed ha visto da vicino la morte impadronirsi di un suo malato, non può non essere partecipe dell’attesa angosciosa [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>C</em><em>i devono certamente essere specialità mediche che coinvolgono meno dal punto di vista emotivo! Anche chi ha dietro di sé molti anni di attività cardiochirurgica, spesso assai impegnativa, ed ha conosciuto successi e talora, purtroppo insuc</em><em>cessi; ed ha visto da vicino la morte impadronirsi di un suo malato, non può non essere partecipe dell’attesa angosciosa di chi sente la vita spegnersi dentro di sé, in attesa di un trapianto di cuore. Di chi, incredibile ma umano, attende che un’altra persona, certamente cara a molti, muoia perché il suo cuore possa essergli donato, da parenti che capiscano l’ importanza di un tale dono. Importante, oltre, che agli effetti di salvare un’altra vita, anche e soprattutto perché è espressione di grande carità e solidarietà umana. È segno di coscienza civile, di chi si rende conto che pur nella sciagura e nel dolore per la morte di un giovane familiare, un’altra vita, al termine per malattia, non altrimenti curabile, può essere prolungata e restituita ad un futuro. E ciò consentendo che i suoi organi, altrimenti destinati alla dissoluzione, vivano ancora, donati e trapiantati in altre persone. Non credo vi sia migliore espressione per questo atto che è un dono di vita. </em><em>N</em><em>o</em><em>n tutti </em><em>v</em><em>i acconsentono, e questo è certamente capibile, anche se non sempre comprensibile. La richiesta che il rianimatore, che fino ad allora ha tutto tentato, fa ai parenti con non poca emozione, è drammatica: mentre li rende partecipi della morte del figlio, o padre, o moglie, o marito, per l’ irreversibilità del danno al cervello, chiede anche a loro di superare questo immane dolore e di pensare per un momento agli altri, alle migliaia di altri ammalati che hanno disperato bisogno di un trapianto, del dono di un organo. </em><em><em>Questo atto di carità, che molti in tutto il mondo hanno fatto e altri ogni giorno fanno, non è sempre compreso. C’ è chi mi ha detto di essere stato criticato per la sua donazione, di aver a volte pensato che forse si sarebbe potuto fare ancora qualcosa per il proprio caro, di aver dubitato della reale </em></em><em>e</em><em>fficacia dei trapianti, ecc. </em><em>L</em><em>a richiesta di donazione, ed il prelievo, avvengono solo quando sia stato dimostrato in modo inequivocabile l’ irreversibilità della morte cerebrale, ed in ciò la legge italiana è rigorosa. Questo dovrebbe rassicurare i parenti, ma ancor più essi dovrebbero rendersi conto che oggi i trapianti in genere, e quello di cuore in particolare, rappresentano una forma di terapia efficace e duratura, radicale e quindi proponibile solo a malati non altrimenti curabili, ma con risultati oggi certamente buoni. Dopo cinque anni dal trapianto di cuore, oltre il 72% dei pazienti è vivo e questo è indubbiamente un risultato soddisfacente se si considera che il </em><em>1</em><em>0</em><em>0% dei candidati a tale intervento muore entro nove mesi, in media, se non operato. La vita del trapiantato è, sotto ogni aspetto, normale, se si escludono controlli medici sempre meno ravvicinati, ed una certa cautela verso le malattie infettive: essi possono avere una vita familiare e di relazione come gli altri e possono tornare al lavoro. <strong>Valeva la pena di iniziare questa attività? Di caricare se stessi e tutti i collaboratori di tanto lavoro in più? Di chiedere, protestare, imprecare per ottenere permessi ed aiuti? Di soffrire con chi muore in attesa di trapianto, di gioire con chi si sveglia dall’anestesia, rinato e fortunato di essere fra i pochi che hanno ottenuto tale dono? Come medico e come uomo non ho dubbi.</strong></em></p>
<p><em><em><br />
</em></em></p>
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		<title>Che notte quella notte!</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 15:00:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La notte è ricca di magìe. Allunga le ombre e con esse an-che la realtà assume un’altra dimensione. Così come i ricordi. Gli eventi più straordinari forse diventano tali nell’immaginario collettivo proprio perché sono vissuti di notte. Lo sbarco sulla Luna, per noi italiani, sarebbe stato lo stesso se fosse accaduto con il pieno abbagliante sole? La [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La notte è ricca di magìe. Allunga le ombre e con esse an-che la realtà assume un’altra dimensione. Così come i ricordi. Gli eventi più straordinari forse diventano tali nell’immaginario collettivo proprio perché sono vissuti di notte. Lo sbarco sulla Luna, per noi italiani, sarebbe stato lo stesso se fosse accaduto con il pieno abbagliante sole? La straordinarietà dell’evento, di quel 14 novembre 1985, è accresciuta da un senso di mistero, di profetico che si mischia allo sconosciuto che solo in pochi sono in grado di interpretare. Come quelle donne e quegli uomini in camice azzurro che si muovono a passi impercettibili, così come i loro gesti, che fluttuano nell’aria resa ancora più opprimente da un’umidità che tutto avvolge, rendendo l’ambiente circostante ancora più magico, ancora più etereo. Ci sono eventi che restano nell’immaginario collettivo, ma intimo di un popolo, di una nazione, di una città. Il tempo poi inevitabilmente ci priva dei protagonisti, anche dei testimoni. <em><strong>La notte tra il 13 e il 14 novembre 1985 è rimasta nell’anima dell’intera Padova. E non stupisca se poi, quindici anni dopo, in occasione di un referendum a ridosso del 2000, alla fine del Novecento, proprio il professor Vincenzo Gallucci è stato votato come il padovano del secolo, come colui che maggiormente ha inciso nella storia, nelle glorie del suo popolo.</strong></em></p>
<p>È stata una notte irreale quella del 14 novembre 1985, difficile da descrivere, perché consumata in un luogo che nulla ha di simile a tanti set cinematografici e televisivi che le fiction degli anni a venire ci hanno poi regalato in così larga serie. Nulla da medici in prima linea, niente a che vedere con la raffigurazione del dio medico capace di capire, interpretare, e pertanto sconfiggere, la morte. I corridoi, gli scantinati, che avvolgono le sale operatorie di Cardiochirurgia del Policlinico di Padova, assumono contorni irreali. Ogni ombra, ogni strumento, ogni apparecchiatura ab- bandonata assumono sembianze spettrali. Dentro ci sono quelli che stanno scrivendo la storia, gli altri tutti fuori a far da testimoni passivi, ma partecipi. Servono entrambi. Il protagonista e lo spettatore, per una volta sono uniti dallo stesso destino, vivendo di luce riflessa.</p>
<p>Nonostante l’apparente calma, l’intero ospedale sa. È a conoscenza che qualcosa di fantastico sta per avvenire. Del resto il lungo tira e molla che ha scandito le ore dei giorni precedenti è stato vissuto da tutti come un inevitabile, quanto estenuante, passaggio verso la storia. Dio lo vuole. Ha incastrato magistralmente i mattoncini della vita.</p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Francesco-Busnello.jpg"><img class=" size-medium wp-image-299 alignleft" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Francesco-Busnello-300x212.jpg" alt="Francesco Busnello" width="300" height="212" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Ha scelto il ragazzo più bello, più forte, più generoso e lo ha trasformato nel donatore ideale</em>.</strong> A Treviso, in sala operatoria, al fianco di Gallucci, c’è anche Carlo Valfrè, uno degli allievi prediletti, al quale è demandato il compito di aprire il torace di quel ragazzo così pieno di vita, di così tanta umanità e di voglia di aiutare gli altri. Sul cadavere di Francesco sono recise l’aorta, l’arteria polmonare, le quattro vene polmonari e le due vene cave. Tutta l’operazione dura appena sei minuti. Gallucci vuole al suo fianco Giuseppe Faggian, il quale scandisce i tempi dell’intervento come previsto dai quei protocolli così tanto studiati, così tanto curati nei minimi particolari. Nulla deve essere lasciato al caso e la tempistica è eccezionalmente rispettata. Il cuore di Francesco, così giovane, si contrae in maniera vigorosa, è imballato in un contenitore di plastica, immerso in un liquido congelato, acqua e ghiaccio. La soluzione cardioplegica e il trasferimento in sacchetti contenenti soluzione fisiologica a 4° centigradi permette all’organo di resistere in simili condizioni per circa quattro ore, un margine sufficiente per completare il trasferimento fino a Padova. Il cuore dentro il piccolo frigorifero è ora nelle mani di Gallucci che lo appoggia sulle sue ginocchia. Alle 3.10 un’anonima Mercedes grigia si muove dal “Ca’ Foncello”: alla guida Giovanni Stellin, al suo fianco Gallucci, dietro Giuseppe Faggian. Il corteo è aperto e chiuso da due pattuglie della Polizia Stradale a far da scorta, ad accompagnare quel procedere deciso verso un altro ospedale, il Policlinico di Padova dove c’è già un uomo con il petto aperto: è Lazzari. È una serata nebbiosa con il manto stradale viscido, reso scivoloso da una nebbia ghiacciata che si deposita sull’asfalto. Il destino si sta compiendo anche se un altro piccolo brivido è concesso a una scenografia che ha ritmi cadenzati. La Mercedes prima di imboccare l’autostrada che porta poi alla fettuccia di Mestre, e da lì sulla Serenissima, ha una leggera sbandata. È solo un attimo, superato da sorrisi che però tradiscono la tensione, la consapevolezza dell’essere a un passo dal cambiare i destini di migliaia di italiani. Intanto Ilario a Padova è messo in circolazione extracorporea, gli tolgono il muscolo cardiaco. Non si tratta di rimuoverlo completamente, bensì si asporta a livello di atri, lasciando in sede sia la parte posteriore che quella delle pareti. Detto volgarmente non si tratta dunque di una sostituzione completa, ma di innestare il cuore nuovo su quella che è chiamata placca atriale.</p>
<p>Il reparto di Cardiochirurgia è già sprangato dalla mezzanotte. Agenti di Polizia e Carabinieri diretti dall’ispettore Quaresima, bloccano chiunque voglia entrare. L’arrivo di giornalisti da tutta Italia colora il clima delle sensazioni da grande evento. L’emozione prende anche chi non è coinvolto in prima persona. Infermieri e barellieri confermano in presa diretta. Avvicinarsi al reparto è impossibile, figurarsi alla sala operatoria. Le voci rimbalzano incontrollate. È mezzanotte, arriva anche l’avvocato Giorgio Fornasiero, presidente dell’Usl 21 di Padova. Con lui c’è il professor Luigi Diana, direttore sanitario. Tocca a loro il compito di informare, di tenere a bada la stampa. Il filo diretto Treviso-Padova è continuo e necessario. La tempestività è fondamentale. Scorrono i minuti, le ore, in un coordinamento perfetto. <em>Alle 2 di giovedì 14 novembre 1985 il segnale tanto atteso: Ilario è trasferito in rianimazione, accanto c’è la sala operatoria. Il petto è aperto da Alessandro Mazzucco e Uberto Bortolotti appena il cuore parte da Treviso, circa mezz’ora prima. L’androne del Policlinico si riempie di giornalisti, telecamere, fotoreporter. Decine di inviati, sembra di essere tornati ai tempi di Enrico Berlinguer e ancora una volta Padova è al centro del mondo. Alle 3.10 Francesco, il cuore di Francesco, come abbiamo detto lascia per l’ultima volta Treviso. All’arrivo al Policlinico di Padova il frigo portatile passa dalle mani di Faggian e Stellin al tavolo operatorio. Il rito del lavaggio precede l’inizio dell’intervento.</em></p>
<p><strong>Sono le 4, si comincia</strong>. Fuori un velo di foschia regala umidità e una leggera pioggerellina. L’ospedale dorme, in una sala operatoria medici e infermieri in verde stanno compiendo un miracolo. Ad accompagnarli c’è la musica, le note di Beethoven, quelle preferite da Gallucci, che avvolgono uomini, donne e oggetti, speranze e sogni, dolore e scienza. Le mani di Gallucci si muovono come un maestro d’altri tempi, come un mago, un illusionista che riesce a incantare. Ma la sua è una magìa intrisa di scienza e sapienza. Accanto al maestro ci sono Mazzucco e Bortolotti. Alla testa del letto operatorio una lista con la sequenza dei passaggi che Carlo Sorbara e Giuseppe Faggian scandiscono con intenza attenzione. Attorno, fuori, c’è l’attesa, i giornalisti che vagano tra corridoi silenziosi e ambulatori sprangati, alla ricerca delle macchinette del caffè. Bisogna far passare la nottata.</p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Gallucci-Mazzucco.jpg"><img class=" size-medium wp-image-302 alignright" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Gallucci-Mazzucco-300x208.jpg" alt="Gallucci Mazzucco" width="300" height="208" /></a></p>
<p>Dentro, nella sala operatoria dove si sta compiendo il miracolo della vita che toglie alla morte per restituire alla vita, si procede con fasi chirurgiche composte, non concitate, condotte con geo- metrica precisione. Il cuore di Francesco è suturato con le pareti atriali e collegato con l’arteria polmonare e l’aorta, per ristabilire la circolazione coronarica. Poi è espulsa l’aria dalle cavità cardia- che. Il cuore di Francesco risulta più piccolo di un quarto rispetto a quello di Ilario, creando qualche problema. Del resto Busnello pesa 70 chili, Lazzari 85. <strong>Ma, miracolosamente, il cuore nuovo di Ilario riparte spontaneamente a ritmo sinusale, senza bisogno di stimolo elettrico al primo battito la perfusionista Luigina Stievano non sa trattenere un applauso. Gallucci, che ha usato la tecnica messa a punto dai colleghi cardiochirurghi di Pittsburg, finalmente ha vinto le sue tante battaglie.</strong> Il petto di Lazzari è chiuso da Mazzucco, Bortolotti e Faggian. Il vecchio cuore di Ilario, che ancora batte in maniera vermicolare, è appoggiato in una bacinella e consegnato a Gaetano Thiene e Mauro Paggetta che si spostano all’Istituto di Anatomia Patologica, piazzata oltre l’ospedale Giustinianeo. Per la prima volta un patologo italiano ha in mano il cuore di una persona viva e, per la prima volta nella storia, l’Istituto di Anatomia Patologica di Padova resta illuminato tutta la notte per un trapianto. La fissazione in formalina del cuore di Lazzari, con iniezione diretta nelle arterie coronariche, è effettuata da Paggetta.</p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Ilario-Lazzari-01.jpg"><img class=" size-medium wp-image-312 alignleft" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Ilario-Lazzari-01-203x300.jpg" alt="Ilario Lazzari 01" width="203" height="300" /></a></p>
<p><em>Il vecchio cuore di Ilario pesa ben 850 grammi, è sezionato in quattro camere, appare come una classica miocardiopatia dilatativa con estrema dilatazione biventricolare. Il patologo padovano preleva il fascio di His per l’indagine ultrastrutturale, oltre che istologica. Dal punto di vista medico è riscontrata una gravissima atrofia delle fibre del tessuto di conduzione alla biforcazione, come classicamente osservato nei blocchi atriovetricolari acquisiti. In quelle condizioni il cuore avrebbe potuto continuare a battere solo per poche settimane ancora.</em></p>
<p>Mentre Thiene e Paggetta compiono gli accertamenti, il gruppo di Gallucci lascia la sala operatoria. È concesso il piacere di un brindisi, prima di trovarsi di fronte alla decina di giornalisti che hanno bivaccato tutta la notte in attesa di notizie. La grandezza di Gallucci non si smentisce. <em><strong>Lui, l’uomo capace di grandi sogni, chirurgo immenso dal grande prestigio internazionale, è riuscito a creare degli allievi sui quali ha puntato per il suo grande progetto del visionario realista. In tutto quindici persone partecipano allo storico evento. Oltre al professor Vincenzo Gallucci, all’epoca 50 anni, anche l’Aiuto Alessandro Mazzucco (Venezia, 41 anni), gli assistenti Uberto Bortolotti (Udine, 37 anni), Giovanni Stellin (Treviso, 36 anni) e Giuseppe Faggian (Padova, 33 anni). Tre gli anestesisti: Gianpiero Giron (Padova, 51 anni), Carlo Sorbara di Treviso e Maurizio Dan (Mirano, 35 anni), Francesco Cirillo di Soverato. L’équipe è completata da due strumentisti: Elisabetta Cattelan (Vicenza) e Franco Bano (Padova). Anche due i perfusionisti. Amedeo Voltan e Luigina Stievano. Infine la caposala Nuccia Luisetto (Padova) e l’infermiere di sala Mario Borgato (Padova).</strong></em></p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Sala-operatoria-01.jpg"><img class=" size-medium wp-image-307 alignright" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Sala-operatoria-01-300x198.jpg" alt="Sala operatoria 01" width="300" height="198" /></a></p>
<p>Il primo trapianto di cuore in Italia dura in totale appena tre ore. Alle 7 mattino del 14 novembre 1985 il cuore nuovo infilato nel petto di Ilario funziona perfettamente, consentendo di tornare alla circolazione normale. Alle 11 Lazzari si sveglia, per lui inizia una vita nuova, esaltante, drammatica. A seguirlo fin dal primo momento c’è Faggian. Il loro rapporto è speciale. Se Ilario per Gallucci ha un’autentica venerazione, in Faggian ha stretta confidenza e appena apre gli occhi gli confida di sentirsi un leone e ha voglia di una pasta asciutta. Gli angeli custode di Lazzari tornano a casa dopo due giorni trascorsi ininterrottamente in Terapia Intensiva, al fianco del primo trapiantato di cuore italiano. C’è da impostare la terapia e seguire il paziente fino allo svezzamento dal respiratore. Il decorso post-operatorio del falegname di Vigonovo non si dimostra semplicissimo. Quattro fialette rosse, contenenti un siero antilifocitario prodotto iniettando linfociti umani nei cavalli e inviati da Charles Bibier da Stanford, producono a Ilario una reazione allergica. Lazzari è anche costretto a un successivo ricovero al Policlinico di Milano per una epatite. Probabilmente è qui, oppure successivamente quando torna per un ulteriore ricovero al Policlinico di Padova, che gli è praticata una trasfusione con sangue infetto. Insieme a lui a essere colpita dal virus dell’HIV, anche una ragazza. Le sacche hanno l’identica provenienza, il Centro Trasfusionale di Milano da dove all’epoca solitamente arrivavano, ma anche da Verona, gran parte delle donazioni per l’ospedale di Padova.</p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Gruppo-sala.jpg"><img class=" size-medium wp-image-309 alignleft" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Gruppo-sala-300x198.jpg" alt="Gruppo sala" width="300" height="198" /></a></p>
<p><em>Il destino non farà sconti a nessuno dei tre maggiori protagonisti del primo trapianto di cuore italiano. Non è stato certo benevolo con Vincenzo Gallucci, morto a 55 anni in un incidente stradale vicino Verona la sera del 10 gennaio 1991. Sofferenze non sono state risparmiate neppure al ministro Costante Degan, stroncato a Mestre a 58 anni da un tumore ai polmoni la mattina del 1 luglio 1988. Lui che si era battuto contro il fumo delle sigarette con caparbietà, ostinazione e convinzione profonda. Una battaglia portata avanti nell’interesse collettivo, a colpi di leggi ma anche con la forza, paziente e tenace, della persuasione, che era una delle sue caratteristiche. Infine il destino non è stato certo buono con Ilario Lazzari, morto a 46 anni a Padova, il 12 giugno 1992, per colpa di quella trasfusione di sangue infetto fatta nelle settimane subito successive al suo trapianto di cuore. A stroncarlo un’infezione polmonare, figlia della maledizione del secolo, l’Aids.</em></p>
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		<title>È strano&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 11:30:17 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>I vetri sono offuscati, a malapena nascondono le punte degli alberi che continuano a rincorrersi. All’infinito. Il movimento è lento, segue un ritmo costante, accompagnato dal vento e da una nebbiolina che s’infila nell’unica finestra lasciata socchiusa. Serve a far uscire il fumo di sigaretta. Il telefono squilla. <em><strong>Il suono è forte, allungo la mano mentre mi ripeto che devo ricordarmi di abbassare la suoneria. È troppo alta e nel silenzio è come una fucilata. Come la notizia che mi arriva, secca: «È morto Gallucci».</strong></em><br />
<em>Guardo l’orologio, sono le 21.55 del 10 gennaio 1991. Al giornale, al mio giornale, diventa tutto improvvisamente tardi. Cambia la vita. Di milioni di persone. È strano come a volte situazioni, persone, luoghi, possano tornare improvvisamente alla mente. Il tempo tende ad appiattire, a sfumare i ricordi, mai a cancellarli. La morte riesce a sbiadire, ma è la vita che vince ogni qualvolta l’immagine di chi hai amato, stimato, ti riappare quando meno te lo aspetti. Il privilegio dell’età concede anche questo: il ritrovare inchiodati nella mente i compagni di viaggio che non ci sono più.</em></p>
<p>E allora hai bisogno di tornare indietro, di ripercorrere il passato affinché la memoria non cancelli vite meravigliose, uniche. Da consegnare alla storia per non perdere quel patrimonio di cultura, saggezza, sacrificio, rigore, che ha permesso a un’intera generazione di costruire con amore un mondo da lasciare ai propri figli, ai nipoti, a tutti coloro che immaginano la convivenza come un momento laico di dedizioni verso gli altri, di un passaggio verso Dio. Quando corri non hai tempo per guardarti indietro. Perdi i dettagli e la verità ti appare distorta. Bisogna invece fermarsi per recuperare, fare un viaggio a ritroso per ritrovare il senso della vita attraverso la vita altrui. Di coloro che hanno scritto la nostra storia, quella di buona parte del Novecento, percorso a una velocità incredibile. <em><strong>Vincenzo Gallucci è stato uno dei figli migliori del Secolo Breve, quello che ci regalato grandi lutti, grandi speranze per un futuro finalmente migliore. Quella che racconteremo non è solo la vita dello scienziato, del ricercatore, dell’immenso chirurgo, ma è soprattutto la storia dell’uomo, dei suoi sogni, delle sue battaglie, delle sue vittorie e sconfitte. Dei progetti dell’idealista, del realista e visionario che sognava una Cardiochirurgia proiettata al futuro e che guardasse al benessere primario dell’umanità, la ritrovata salute.</strong></em></p>
<p><a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Gallucci-copertina.jpg"><img class=" size-medium wp-image-403 alignleft" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Gallucci-copertina-300x219.jpg" alt="Gallucci-copertina" width="300" height="219" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>C’è, dentro questa nostra Terza corsia, molto dell’Italia del secondo dopoguerra, fatto di voglia di vivere, di costruire, di cambiare. <em>Ma c’è pure lotta di potere, gelosie, invidie, cialtronaggine tipiche del nostro Paese che sembra avere una predisposizione naturale all’autolesionismo, al non comprendere i suoi figli migliori, arrivando ad emarginarli, impedendogli di compiere fino in fondo la loro missione. Vincenzo Gallucci è il simbolo della Terza corsia all’italiana, intesa come voglia di correre velocemente, per non perdere tempo, per arrivare primi senza mai lasciare nessuno indietro</em>.</p>
<p>È però anche la Terza corsia di un’autostrada, dei lavori infiniti andati ben al di là di Italia ‘90, lì dove un’auto si è schiantata portandoci via per sempre la guida più illuminata della nostra speranza, del nostro futuro migliore. Gallucci ha rappresentato tutto questo. Non è stato perciò solo l’immenso chirurgo capace di rendere tutto disarmante, facile, anche l’impossibile, è stato soprattutto il medico, il ricercatore dall’enorme prestigio internazionale, forse il più grande mai riconosciuto a un italiano. È stato pure un maestro, capace di scegliere i suoi allievi migliori, offrendo loro opportunità e occasioni senza mai risparmiarsi, senza mai dimenticare tutte quelle sofferenze che ha dovuto subire lui per imporsi. Sapeva riconoscere il talento, sapeva costruire i talenti.</p>
<p>Chi ha vissuto a Padova, da protagonista oppure da semplice testimone, gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, ha avuto la fortuna di partecipare a un grande progetto, condito da fermenti culturali, lotte politiche e sociali, rivoluzioni scientifiche. Eventi che si sono succeduti a un ritmo incalzante, regalando a tutti il senso della storia, del completamento di un grande disegno. È stato così per la Rosa dei Venti, le Brigate Rosse con i delitti di via Zabarella e dello Scaricatore, la liberazione di Dozier, la morte di Enrico Berlinguer, l’incredibile avventura del primo trapianto di cuore di Vincenzo Gallucci, in quella magica notte del 14 novembre 1985. Un film surreale dalle scene a volte sfumate, altre volte violente, dove morte e speranza si sono accavallate rendendo speciale la vita professionale di chi ha avuto la fortuna di raccontare, di testimoniare una città, un mondo che si stava rapidamente trasformando, lasciando nel cuore e nella mente la consapevolezza di aver incrociato, legato la propria vita, a quella di personaggi straordinari. Come Vincenzo Gallucci.<a href="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Gallucci.jpg"><img class=" size-medium wp-image-374 alignright" src="http://www.vincenzogallucci.it/wp-content/uploads/2015/06/Gallucci-300x270.jpg" alt="Gallucci" width="300" height="270" /></a></p>
<p>Lo ha ricordato papa Paolo VI nel 1978, pochi mesi prima di morire:</p>
<p><em>Vivere nella società non è oggi sempre piacevole; ci sono le tasse, ci sono le leggi, ci sono tanti scandali, c’ è una maniera di vivere che sembra quasi disturbare chi vuol vivere tranquillo e onesto. Dobbiamo invece vivere uniti agli altri </em><em>a</em><em>n</em><em>che se </em><em>q</em><em>u</em><em>e</em><em>s</em><em>t</em><em>a</em> <em>n</em><em>o</em><em>n è </em><em>s</em><em>e</em><em>m</em><em>p</em><em>r</em><em>e</em> <em>u</em><em>n</em><em>a maniera facile e comoda di esistenza.</em></p>
<p><em><strong>Già, il bisogno di non disertare moralmente e non scioperare civilmente lo dobbiamo sentire dentro. Non possiamo limitarci solo a sopravvivere. Per riuscirci c’è anche bisogno di non perdere il contatto con la realtà, con la parte migliore del nostro passato. Con Vincenzo Gallucci che Padova sembra aver dimenticato, relegandolo in una targa confinata in un insignificante passaggio stradale di periferia. Neppure l’onore di una via, di una piazza all’uomo dei sogni.</strong></em></p>
<p><em>G</em><em>ianfranc</em><em>o</em> <em>N</em><em>a</em><em>t</em><em>oli</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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